Spinaci (UP): “Punto vendita energie per la mobilità” con nuovi prodotti e servizi

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Quella che oggi tutti chiamano “transizione” in realtà potrebbe essere vista come “evoluzione”. E’ questo il concetto che esprime il presidente dell’Unione Petrolifera. “Più che di transizione, parlerei di evoluzione perché il nostro è un settore che ha sempre lavorato per migliorare prodotti e processi produttivi. In prospettiva avremo diverse opzioni per la mobilità e stiamo lavorando per capire come potrà evolvere la rete”.Nell’intervista si parla poi di illegalità, dell’anagrafe della rete, della razionalizzazione, del rapporto con le associazioni dei gestori, fino ad arrivare alla sfida globale contro il cambiamento climatico

Per contrastare la piaga dell’illegalità, avete sottolineato l’importanza della digitalizzazione della filiera. Può spiegarci in che modo la digitalizzazione potrebbe aiutare a diminuire le frodi?

Solo tracciando digitalmente in tempo reale tutti i flussi, sia fisici che finanziari, si può capire da dove arriva il prodotto, chi lo ha acquistato, dove va a finire e se sono stati assolti gli obblighi fiscali. Il vantaggio della digitalizzazione di tutte queste informazioni è che, incrociando i dati, le Autorità competenti (Dogane, Entrate, GDF, Antimafia, Forze dell’Ordine) possono effettuare anche in remoto controlli tempestivi su tutti i passaggi e dunque intervenire immediatamente per stroncare sul nascere qualsiasi tentativo di frode. In questo modo si recupera anche gettito per l’Erario. I dati dell’Agenzia delle Entrate mostrano infatti come, grazie alle analisi di rischio basate sulla fattura elettronica e l’incrocio dei dati, solo nei primi due mesi di quest’anno sono stati scoperti una quarantina di soggetti attivi nel commercio all’ingrosso di prodotti petroliferi, intercettato acquisti fittizi per oltre 3 miliardi di euro e bloccato quasi 700 milioni di falsi crediti Iva.

L’ho detto recentemente in occasione della nostra Assemblea annuale e lo ribadisco in modo molto chiaro: chi si oppone alla digitalizzazione favorisce, più o meno consapevolmente, l’illegalità e impedisce che il fenomeno venga circoscritto e sconfitto. Da questo punto di vista la filiera che UP rappresenta sta facendo pienamente la sua parte.

Tuttavia i gestori lamentano le eccessive incombenze fiscali e amministrative legate proprio alla digitalizzazione. Come se ne esce?

Posso capire le difficoltà di alcuni gestori, ma dopo le proroghe il sistema ora deve andare a regime se vogliamo veramente combattere un fenomeno che rischia di affossare un intero settore industriale. Il Politecnico di Milano, che ha istituito un apposito Osservatorio sulla fatturazione elettronica e sulla digitalizzazione dei processi B2b, ha recentemente presentato una ricerca da cui emerge che, dopo la fase di avviamento, l’impatto sulle imprese è stato nel complesso positivo. Più della metà degli intervistati ha affermato di aver avuto benefici dal processo di digitalizzazione delle fatture, con un miglioramento dei processi aziendali e dunque risparmi.

Solo se riusciamo a far comprendere meglio i vantaggi e a diffondere una maggiore cultura digitale, promuovendo questi strumenti e riducendo l’uso del contante, avremo buone possibilità di sconfiggere l’illegalità.

D’altra parte, anche il nuovo comandante della Guardia di Finanza qualche settimana fa ha detto che gli strumenti digitali, tra cui la fatturazione elettronica, rafforzano molto l’azione dell’amministrazione finanziaria e che il vantaggio principale risiede proprio nella possibilità di intervenire tempestivamente sui circuiti fraudolenti alimentati da società “cartiere” o da coloro che emettono false dichiarazioni d’intento.

Assopetroli, insieme ad Assoindipendenti, ha proposto di applicare al settore dei carburanti il reverse charge. L’idea è però stata respinta dall’Unione Petrolifera. Come mai?

Noi non siamo contrari a prescindere. Abbiamo spiegato molto chiaramente le nostre perplessità e perché crediamo si tratti di un rimedio peggiore del male. Siamo pronti, in caso, a discutere di nuove technicality da adottare, ma credo che con il reverse charge, demandato all’ultimo anello della catena commerciale, ovvero circa 25-30.000 soggetti tra gestori e rivenditori, l’incasso annuo dell’Iva di oltre 13 miliardi comporterebbe un significativo aumento del rischio.

Le possibilità di evasione si moltiplicherebbero mentre, come abbiamo visto, un contrasto efficace all’illegalità si basa su controlli in tempo reale perché chi delinque è molto veloce e abile nel trovare altri modus operandi per perpetuare le frodi.

A tale proposito, vorrei segnalare che la Commissione europea è della stessa opinione. Recentemente è infatti uscita la notizia che ha rigettato la richiesta avanzata a fine 2018 dalla Lituania di estendere la reverse charge anche ai prodotti petroliferi, ritendendola appunto, come si legge nella risposta ufficiale, “una soluzione inappropriata che potrebbe avere impatti negativi sul settore e sugli altri Stati membri”.

Come procede il dialogo con le associazioni dei gestori?

Con le Associazioni dei gestori il confronto non è mai venuto meno. Siamo impegnati su vari fronti, in particolare su illegalità e razionalizzazione della rete, compresa quella autostradale.

Il sottosegretario Davide Crippa ha detto che dai risultati emersi dall’anagrafe carburanti il numero degli impianti incompatibili è inferiore alle attese. Cosa ne pensa di questo dato?

Siamo d’accordo che il risultato è stato nettamente inferiore alle attese, ma almeno la Legge Concorrenza ha avuto il merito di aver introdotto, finalmente, una anagrafe nazionale sulla rete stradale e autostradale che è uno strumento essenziale anche ai fini di una razionalizzazione che oggi trova un grosso ostacolo nell’illegalità. Molti impianti, stando ai numeri, non sembrano infatti essere sostenibili da un punto di vista economico. Un aspetto che, tra l’altro, abbiamo fatto presente al Sottosegretario Crippa in occasione della ripresa, proprio su iniziativa del Mise, di un tavolo di confronto sull’illegalità.

Nel settore carburanti come impatta la “transizione energetica”?

Più che di transizione, parlerei di evoluzione perché il nostro è un settore che ha sempre lavorato per migliorare prodotti e processi produttivi. In prospettiva avremo diverse opzioni per la mobilità e stiamo lavorando per capire come potrà evolvere la rete. A tale proposito abbiamo istituito uno specifico gruppo strategico denominato “Carburanti alternativi ed energie per la mobilità” che ha proprio l’obiettivo di individuare i possibili sviluppi delle infrastrutture oggi al servizio quasi esclusivo dei prodotti petroliferi. La nostra idea è quella di arrivare al “Punto vendita energie per la mobilità” dove trovare tutti i prodotti che si stanno sviluppando e offrire nuovi servizi all’utente.

In generale, l’industria petrolifera come può contribuire alla sfida contro il cambiamento climatico?

La nostra filiera sta lavorando concretamente per ridurre ulteriormente il proprio carbon footprint e contribuire alla riduzione delle emissioni climalteranti nei trasporti. La raffinazione è parte essenziale di questo processo e si sta attrezzando per arrivare a produrre combustibili liquidi low o free carbon, e-fuel derivanti da materie prime rinnovabili o anche da greggi sintetici. È quanto prevede la “Vision2050” elaborata da FuelsEurope che si pone l’ambizioso obiettivo di ridurre al 2050 le emissioni climalteranti nei trasporti dell’80-90%. Ci sono diversi progetti di ricerca già in fase di sviluppo che tra non molto potrebbero portare delle interessanti novità.

Va però ricordato che i cambiamenti climatici sono un problema che va affrontato globalmente e non si può pensare di combatterli da soli come invece sta facendo l’Europa mettendo a rischio la competitività del nostro sistema industriale.

Può sintetizzarci il giudizio sul Piano energia e clima che l’Italia ha inviato a Bruxelles?

Il Piano presentato dall’Italia, come tra l’altro è emerso dallo studio di I-com presentato nel corso della nostra recente Assemblea, è estremamente dettagliato negli obiettivi e con target vincolanti molto più ambiziosi di quelli presentati dagli altri Stati “manifatturieri”, come quelli su efficienza energetica e penetrazione delle rinnovabili nei trasporti. Questo implica un percorso già definito, che non considera le potenzialità offerte dall’evoluzione tecnologica e dalla reale struttura produttiva e distributiva del Paese, che rischia di penalizzarci molto in termini di competitività. Quasi tutti gli altri Paesi hanno mantenuto una flessibilità maggiore per adattarsi a quella che sarà l’evoluzione tecnologica, mentre noi rischiamo di essere obbligati a seguire un percorso deciso sulla base delle attuali conoscenze.

È inoltre importante muoversi a livello europeo affinché venga non solo condiviso, ma realmente applicato, il principio della neutralità tecnologica, cioè valutare ogni fonte e vettore energetico in base all’impatto effettivo, considerando a questo fine le emissioni prodotte dai trasporti nell’intero ciclo di vita e non solo allo scarico. Siamo convinti che per vincere le sfide ambientali occorra puntare su sviluppo e ricerca perché oggi non esiste una soluzione unica che riesca a traguardare la completa decarbonizzazione al 2050. Dobbiamo perciò evitare di perderci in uno scontro tra estremismi, ma collaborare per trovare soluzioni positive, soprattutto sostenibili socialmente.