Proietti (Assoindipendenti): “Tutti gli imprenditori che condividono certi scenari di mercato sono benvenuti”

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“Nessun limite a nuovi entranti nella nostra associazione, anzi eventuali operatori oltre i retisti ed extra-retisti tradizionali sono i benvenuti”. E’ questa la logica che sta alla base di Assoindipendenti, come spiega il presidente Alessandro Proietti: “Non abbiamo mai posto limiti ad alcuno laddove fosse emerso un reciproco interesse a far parte della associazione e quindi anche per imprenditori oltre gli schemi rituali rete ed extra rete”. Anzi, aggiunge Proietti andando oltre: “stiamo valutando l’ipotesi di aggregare operatori oltre i retisti ed extra-retisti tradizionali: certamente coloro che operano o sono proiettati verso il metano, il GNL, i biocarburanti ed il biometano, ma anche altri l’attività dei quali è contigua alla commercializzazione dei prodotti di cui sopra: naturalmente la logistica, i trasporti (Transadriatico è già da tempo nostro associato), manutenzione impianti, informatica, eccetera”.

 

Parlando sempre su queste pagine, un anno fa sosteneva che gli operatori del settore si muovono ognuno per conto proprio e non si scambiano esperienze e informazioni. Situazione che si rifletteva anche in Assoindipendenti. E’ sempre di questo giudizio? Oppure vede qualche miglioramento?

In un anno non è cambiato nulla, né ho mai pensato che potesse essere altrimenti. Per pura curiosità ho sfogliato alcune pagine delle infinite scritte da filosofi, storici, economisti, psicologi, antropologi negli ultimi tre secoli e mi sono convinto che era solo follia cercare di interpretare la genesi della figura dell’imprenditore e quindi le sue attitudini probabilmente riconducibili al suo Dna. L’imprenditore è l’imprenditore. Punto. E non c’è altro da dire. D’altra parte è un bene che sia così perché diversamente da altri soggetti economici e politici, l’imprenditore opera secondo il principio della razionalità economica attraverso la scelta degli strumenti utili a conseguire un determinato fine quasi sempre lo fa con l’aggiunta di una buona dose di creatività, innovazione, fantasia. La razionalità economica da sola non sarebbe certamente la soluzione di tutti i problemi che l’umanità incontra nella sua evoluzione perché ignora altre esigenze come quelle sociali, morali o religiose, ma con i tempi che corrono, la figura dell’imprenditore non è per niente fuori posto. L’imprenditore come soggetto individuale lo capisco e quindi lo apprezzo, un po’ meno per essere poco disponibile ad estendere le conoscenze al di fuori del suo virtuale “orticello”, attraverso lo scambio di informazioni e di conoscenze, il confronto con realtà che sembrano diverse solo perché si tende a guardarle attraverso gli occhiali dei suoi punti di vista ai quali non intende rinunciare per alcuna ragione. I convegni, le tavole rotonde, che pure ci sono, sono luoghi dove si ascolta e si parla, ma non si comunica: si tratta di attitudini per così dire universali che diventa impossibile modificare anche se ciclicamente si sono verificate situazioni che avrebbero giustificato lo sforzo di tentare. Una di queste è rappresentata dalla attuale involuzione del sistema e mercato petrolifero laddove qualche forma di aggregazione tra i soggetti imprenditoriali leader del mercato riuscirebbe forse a bloccare le sollecitazioni esterne ed interne che sembrano tendere piuttosto alla sua la sua dissoluzione. Al contrario stiamo assistendo al fenomeno opposto in omaggio alla filosofia dell’ognuno per sé. In questo contesto Assoindipendenti non rappresenta una eccezione anche se è in corso un esperimento per certi versi unico nel settore: è quella di S.UN. una società che quattro associati hanno costituito nella convinzione che il lavorare insieme non è solo un’opportunità per ottimizzare le loro operazioni correnti, ma un mezzo per andare al futuro. Un esperimento che mi piace annotare sta incuriosendo e tentando altri associati.

 

Ormai da più di un anno avete aperto l’iscrizione all’associazione agli operatori extrarete. Riscontri?

Vorrei fosse chiaro che non abbiamo mai posto limiti ad alcuno laddove fosse emerso un reciproco interesse a far parte della associazione e quindi anche per imprenditori oltre gli schemi rituali rete ed extra rete. Non deve infatti confondere la denominazione “Assoindipendenti” peraltro scelta in una contingenza particolare al momento della costituzione della associazione, in quanto “indipendenza” e/o “indipendente” per noi non ha mai voluto rappresentare l’idea esclusiva di “brand” propri diversi da quelli tradizionali di un certo mercato e lo dimostra il fatto che alcuni associati mantengono sulle proprie reti i colori di questa o quell’altra nota società petrolifera. Per gli associati “indipendenza” vuol dire semplicemente voler tornare ad essere padroni del loro destino riportando sotto il loro diretto controllo alcuni dei fattori che determinano il successo o l’insuccesso delle loro operazioni e quindi liberi di sviluppare le strategie di supply, di pricing, e di marketing che ritengono le più adeguate alle situazioni, alle circostanze ed ai mercati locali nei quali operano. Tutti gli imprenditori che condividano certi scenari di mercato del futuro e quindi certi obiettivi e strategie per conseguirli in una logica di creazione di una massa critica tanto operativa quanto culturale sono benvenuti. Se abbiamo reso esplicita l’apertura della associazione agli operatori extra rete è solo perché ci siamo resi conto che a molti la cosa era sfuggita. In realtà stiamo valutando l’ipotesi di aggregare operatori oltre i retisti ed extra-retisti tradizionali: certamente coloro che operano o sono proiettati verso il metano, il GNL, i biocarburanti ed il biometano, ma anche altri l’attività dei quali è contigua alla commercializzazione dei prodotti di cui sopra: naturalmente la logistica, i trasporti (Transadriatico è già da tempo nostro associato), manutenzione impianti, informatica, ecc. Rispondo alla domanda riferendo che negli ultimi mesi l’associazione si è arricchita di quattro aziende che operano prevalentemente in extra rete. Tra l’altro, per evitare il ripetersi di alcuni errori del passato da quest’anno abbiamo deciso di introdurre la figura di “associato temporaneo” per un periodo di sei-nove mesi, il quale con gli stessi diritti degli altri ma senza alcun onere e impegno avrà la possibilità di valutare al meglio l’interesse di far parte della associazione. E’ naturalmente inteso che anche l’associazione, alla fine del periodo, manterrà il diritto di decidere il passaggio da associato temporaneo ad associato ordinario.

 

Come definirebbe ormai il “confine tra rete ed extrarete?

Se la distinzione attuale tra operatori rete ed extra rete appare già oggi impropria a maggior ragione lo sarà nel prossimo futuro. Di certo lo è sul piano degli economics di base in quanto la maggior parte delle reti convenzionate o meno di fatto “acquistano” i prodotti in un mercato tipico dell’extra rete. In altre parole il prezzo di vendita / acquisto tende agli stessi valori in rete ed in extra rete al netto dei servizi offerti alla rete come brand, carte, gestori, manutenzione. Dubito infatti che il ritorno sul capitale impiegato delle vendite rete sia molto diverso da quello delle vendite extra rete diversamene da un passato quando si registravano differenze di oltre dieci punti percentuali. Un confine che tenderà a ridursi in parallelo con le strategie dei fornitori decisamente orientati a contenere le loro operazioni nei limiti del supply e della logistica dove, sia detto per inciso, la seconda finirà per avere un ruolo sempre più importante. E’ vero che al momento ci sono almeno due società petrolifere che dichiarano strategie diverse focalizzate su consumatore e servizi, ma viene da chiedersi quanto queste strategie sopravvivranno al confronto con il prezzo e quindi alla logica della massima efficienza. Senza dubbio assisteremo a una polarizzazione della domanda tra “servizio” e “prezzo” ma non sono certo che la bilancia penderà a favore della prima.

 

Da un anno e mezzo quattro associati Assoindipendenti hanno costituito una Newco, S.UN, Società Unite, di cui lei è presidente. Un bilancio di questi primi mesi?

Direi eccezionale. Lo è in considerazione delle difficoltà che si potevano immaginare all’inizio soprattutto riguardo alla reale capacità di collaborazione tra i soci, alla loro identificazione nella S.UN, al rapporto di reciproca fiducia, alla loro determinazione ad andare avanti nella convinzione assoluta che al futuro ci si andrà e ci si potrà rimanere con maggiori probabilità di successo lavorando “insieme” piuttosto che “ognuno per sé”. Come ci aspettavamo abbiamo incontrato qualche difficoltà per fare accettare S.UN. ai fornitori dei carburanti: ci hanno portato via del tempo ma sono state superate. Abbiamo così potuto finalmente avviare un programma che prevede da una parte l’ottimizzazione delle operazioni di S.UN. e dall’altro lo sviluppo di una attività di servizi offerti a terzi. Coloro che fossero seriamente interessati a saperne di più tanto di S.UN, quanto di Assoindipendenti possono contattare il sottoscritto.

 

Per contrastare il fenomeno dell’illegalità qualcosa sembra muoversi. La Legge di bilancio 2019 ha rafforzato i profili di legalità e il quadro sanzionatorio del settore e il sottosegretario Bitonci ha annunciato a breve una circolare e un emendamento ad hoc. Stiamo andando nella giusta direzione? Cos’altro servirebbe?

Mi ritengo una persona fondamentalmente ottimista perché per natura confidente che i problemi hanno sempre una soluzione ma nel caso del fenomeno della illegalità non riesco ad esserlo e tanto meno riesco a pensare ad una soluzione in tempi brevi. E’ evidente che sia condizionato dal passato, ma è un condizionamento giustificato perché assolutamente pesante: uno Stato, le sue istituzioni, un sistema petrolifero fatto di tutta la filiera, associazioni di categoria, una comunità nel suo insieme che per cinque anni hanno consentito un furto di dimensione enorme ai danni dell’ Erario e la disgregazione di un mercato a tutto beneficio di una malavita organizzata e non, e che ancora sono alla ricerca di una soluzione devono farsi carico di una responsabilità molto pesante.

Stiamo andando nella giusta direzione? In tutta sincerità non so dire ma rimango sul negativo e vi rimarrò fino a quando non troverò una risposta a una serie di domande: Dove è la Politica che, aldilà delle parole di qualcuno, continua a trascurare un problema di evasione di 6 miliardi di euro l’anno, pari a 16,4 milioni al giorno, cioè 685mila euro per ciascuna della 24 ore del giorno, e di altri svariati miliardi per “danni collaterali”? Dove sono Media, il mondo della comunicazione, che trascura una informazione di tale portata al cittadino, laddove dopo il servizio di Report di qualche mese fa, che pure una cosa l’ha detta in modo chiaro, quella dei danni allo Stato per 6 miliardi di euro l’anno, vi risulta che la notizia-denuncia sia stata racconta dalla televisione, dalla radio, dai quotidiani a tiratura nazionale? Dove è la Magistratura ovvero cosa ne è delle oltre trenta importanti operazioni che Procure e GdF hanno portato avanti negli ultimi quattro anni con più di cinquecento soggetti inquisiti e beni sequestrati per qualche centinaio di milioni di euro? Mi si dice che nessun processo è stato finora avviato a causa di leggi e regolamenti inadeguati: vi sembra accettabile? Se le parti, dopo un anno, non riescono trovare un accordo su questa famosa circolare della quale ha parlato il ministro Tria e poi il sottosegretario Bitonci non dovrebbero intervenire le Istituzioni che istituzionalmente dovrebbero fare gli interessi superiori dello Stato, cioè dei cittadini?

 

Di recente si stanno delineando due fronti nella lotta all’illegalità: reverse charge sì, reverse charge no…

Oggi i sostenitori del “sì” sono aumentati ma in Assoindipendenti che nei primi mesi del 2016 è stata la prima a chiederne la, sia pure temporanea, applicazione con il risultato di suscitare solo un generalizzato coro di critiche, sosteniamo che ormai è troppo tardi perché la sua efficacia poteva esserci nella tempestività della decisione, un chiaro segnale dello Stato ad anticipare un lotta senza mezze misure, d’altronde esattamente come aveva reagito quando si è trattato di contrastare il mercato parallelo delle auto, dei cellulari e, mi dicono, dei pneumatici.

 

Altre domande aperte sempre su questa tema?

Dove è l’ Antitrust? L’Autority si è resa conto che da quattro anni a questa parte il mercato della distribuzione carburanti è pieno di “asimmetrie e disequilibri” (terminologia spesso usata nei vari report) per certi versi riconducibili al più generale “abuso di potere dominante” che oggi è esercitato dalla illegalità, posizione dominante raggiunta non grazie a quella concorrenza che “innesca un processo virtuoso che passando dal miglioramento qualitativo dei beni e dei servizi permette alle imprese di ridurre i prezzi” ma ad una concorrenza generata dalle frodi di pochi ma che danneggiano molti ? L’ Antitrust, istituzionalmente a caccia di “cartelli”, evidentemente non si è ancora resa conto che il “cartello” che oggi domina il mercato è quello di coloro che hanno fatto della illegalità un mestiere: è il “cartello dei prezzi irragionevolmente bassi” finanziato da pratiche illegali. L’ Antitrust non dovrebbe difendere il principio di concorrenza e del libero confronto delle imprese “ affinché tutti abbiano la reale opportunità di partecipare al confronto competitivo e nessuno sia escluso dalla possibilità di essere partecipe dei suoi benefici effetti”? Come le imprese possono competere con una concorrenza finanziata da una evasione a danno dello Stato di 6 miliardi di euro l’anno? Il danno allo Stato, alla comunità, al cittadino (al netto di una manciata di spiccioli di risparmio nei suoi acquisti di carburante) è enorme, è il danno conseguente alla progressiva distruzione del mercato sano e quindi proprio del concetto di quella concorrenza che l’ Antitrust dichiara di voler proteggere. Il fatto che i beneficiari sono tanto la malavita organizzata internazionale quanto avventurieri nostrani, non avrebbe giustificato l’apertura di una indagine già da quattro anni? Evidentemente no.

 

Quando si parla di illegalità c’è un riferimento quasi costante alle pompe bianche….

Grazie per la domanda su un argomento al quale da sempre ho dedicato grande attenzione (https://assoindipendenti.it/category/news). E’ infatti arrivata l’ora di finirla con la storia delle “pompe bianche” come il “buco nero”, la “cloaca” di raccolta della illegalità. Da tempo ho eliminato dal mio vocabolario il termine “pompa bianca” perché riduttivo dello standard operativo e di immagine di quelle aziende che hanno deciso per l’indipendenza dai marchi noti, ma che non hanno niente a che vedere con pratiche illegali, anzi, nella maggioranza dei casi sono altrettanto affidabili quanto i migliori leader ”brandizzati” del mercato anche per quanto riguarda un tema troppo spesso dimenticato, il rispetto delle leggi che sotto intendono le operazioni dei punto di vendita. Certo, ci sono poi le “pompe bianche” che al cosiddetto secondo mercato si rivolgono per necessità, a causa della stessa illegalità, o per scelta da parte di squallidi personaggi che della illegalità hanno fatto la loro attività principale a danno dello Stato, del mercato e di quel minimo di moralità che un cittadino avrebbe il diritto di pretendere. C’è piuttosto da chiedersi il perché della dimensione acquisita dalle “pompe bianche” e quindi della responsabilità di chi invece di smantellare definitivamente gli impianti li ha ceduti a terzi, responsabilità oggi da attribuirsi anche a quegli imprenditori che non si fanno scrupolo a cedere, o rendere disponibili, i loro punti vendita e depositi commerciali a soggetti che poco fanno per nascondere i loro obiettivi. Quello dell’uso, forse non del tutto casuale, del termine “pompe bianche” esteso a tutta la rete con marchi diversi da quelli delle “major company” dovrebbe essere un argomento di primaria importanza per l’imprenditoria privata generando qualche reazione, ma apparentemente non è così. Come Assoindipendenti stiamo lavorando su una iniziativa per correggere la situazione prima che sia troppo tardi.

 

Come si pone Assoindipendenti di fronte alla “transazione energetica” delle rete carburanti? Come vede il punto vendita del futuro?

Una ipotesi sulla rete carburanti del futuro? Ecco l’esempio di quanto sia importante il fattore tempo. Proviamo ad immaginare cosa ne sarebbe della rete carburanti nella città di Roma se, ignorando problematiche di vario tipo a cominciare da quelle sociali, venisse attuato il progetto della sindaca Raggi “no diesel a partire dal 2024”, in pratica domani.

Prima domanda: le auto diesel saranno sostituite da auto a benzina, gpl, metano, ibride? Abbiamo idea di che cosa quali sono le conseguenze sulla rete esistente? Altro che porsi “l’obiettivo di individuare i possibili sviluppi delle infrastrutture per arrivare al Punto Vendita Energia per la Mobilità dove trovare tutti i prodotti che si stanno sviluppando e offrire nuovi servizi all’utente” come sostiene il Presidente di UP sia pure, ritengo, riferendosi ad uno scenario di mercato molto più ampio. Qualcuno si sta ponendo il problema di una riconversione dei serbatoi sui punti vendita da diesel a benzina? Quante e quali le ristrutturazioni necessarie per ospitare Gpl, metano e magari GNL? Quali gli investimenti, i tempi di intervento, i dubbi circa la coerenza con gli sviluppi delle successive fasi della transizione energetica?

Lasciando Roma al suo destino, la situazione sarebbe ben diversa se della transizione fossimo in grado di prevedere un punto di arrivo come risultato della progressiva affermazione di una nuova mobilità nella seconda metà del secolo durante la quale esigenze del pianeta, politica, scienza, economia, consumatore, magari con qualche difficoltà, avranno avuto modo di sintonizzarsi sulla medesima lunghezza d’onda. In uno scenario di questo genere sorge un’altra domanda: quante delle infrastrutture attuali saranno in grado di cogliere l’obiettivo? Un obiettivo verrebbe senz’altro raggiunto… quello della razionalizzazione della rete. Quanti degli attuali 22.882 (incredibile, sono ancora aumentati) punti di vendita non sopravviveranno alla transizione? Allora più che domandarmi, e preoccuparmi, di quale sarà la rete del futuro lontano mi chiederei quale sarà il suo destino nel futuro vicino quello dei prossimi dieci-quindici anni. Se il mercato è già oggi in gravi difficoltà per una profittabilità delle vendite perduta ed in apparenza irrecuperabile grazie anche al fenomeno della illegalità per i danni provocati e quelli a venire, le incertezze sulla reale evoluzione della transizione energetica per l’assenza di punti di riferimento affidabili non potranno che innalzare il livello delle difficoltà. Se oggi la rete soffre di una forma di “emiparesi” che si esprime in forma di una sostanziale sospensiva degli investimenti di upgrading delle strutture, di una scarsa attenzione alla manutenzione, di una altrettanto scarsa supervisione sulle operazioni di vendita e di marketing, di conflittualità per quanto riguarda le gestioni, non è pessimismo il ritenere molto probabile il passaggio alla paralisi completa, con un conseguente difficile da controllare effetto domino per tutte le operazioni collegate a quelle della rete di distribuzione carburanti. C’è da chiedersi allora se con il

perdurare ancora per qualche tempo della situazione di oggi ci saranno ancora imprenditori che avranno voglia, capacità, risorse, animo, per realizzare una rete di “punti vendita di energia per la mobilità”. Forse abbiamo ancora un po’ di tempo a disposizione per intervenire e mettere certi problemi sotto controllo ma di certo non dobbiamo illuderci che sia facile: la rete come strumento per accompagnare la transizione energetica, la rete come servizio alla mobilità futura, al momento sono solo idee e c’è il rischio che rimangano tali.

 

Si sta tornando a parlare di “razionalizzazione” della rete carburanti. Il sottosegretario Crippa ha sottolineato l’importanza di proseguire con il processo di razionalizzazione, con un nuovo piano che porti alla riduzione effettiva e controllata di punti vendita non più efficienti. Cosa ne pensa, siamo alle solite? Quali potrebbero essere le alternative per una “razionalizzazione” efficiente?

Possiamo pensare di usare il verbo “proseguire” per una iniziativa che non è mai visto la luce da trenta anni a questa parte? Possiamo usare “proseguiamo” per una iniziativa che negli ultimi tempi ha registrato un aumento del numero dei punti di vendita?

Per favore siamo seri. E’ vero, ci sono state a più riprese varie iniziative per tentare di avviare un processo di razionalizzazione della rete ma visti i “non-risultati” prima di riproporne altri cerchiamo di capire le principali cause dei ripetuti insuccessi. Mi spiego. La razionalizzazione era, ed è, necessaria, ma non deve rappresentare un “totem” come entità soprannaturale di fronte alla quale inchinarsi. Per esempio se razionalizzazione vuol dire efficienza e sostenibilità economica l’erogato di un punto vendita non è necessariamente l’unico fattore che deve essere preso in considerazione. In altre parole non è detto che i punti di vendita a basso erogato siano necessariamente inefficienti. Parliamone.

La razionalizzazione della rete è sempre stata uno degli obiettivi importanti delle società petrolifere, anche se forse non di tutte, e di un ristrettissimo numero di imprenditori privati. In altre parole la razionalizzazione della rete l’hanno sempre voluta solo i soggetti che avevano già razionalizzato la propria rete, “cosa buona e giusta” perché era corretto spingere per la chiusura degli impianti “incompatibili” e di quelli oggettivamente inefficienti e quindi non in grado di sostenersi sul piano economico. Ne segue che la maggior parte degli imprenditori privati non aveva alcuna voglia di ristrutturare le loro reti, semmai al contrario. Infatti non hanno chiuso gli impianti “inefficienti” neppure le società petrolifere preferendo vendere i loro punti vendita, individualmente e/o a “pacchetti” ai retisti privati offrendo quasi sempre il mantenimento dei “colori” ed accordi di fornitura tali da garantire la loro sopravvivenza economica: un modo di interpretare la razionalizzazione molto singolare che peraltro è ancora attuale. Una volta avviata, ed in corso, l’operazione di trasferimento a terzi dei punti vendita “non efficienti” si è tornato a parlare di razionalizzazione della rete che ha ovviamente un costo: il write-off degli assets dismessi, la rimozione delle strutture, la bonifica dei terreni, il disimpegno dai contratti di comodato con i gestori, ecc. Per indurre i retisti privati a chiudere gli impianti “non efficienti” è stato varato l’ennesimo progetto di razionalizzazione, con l’imprimatur dei competenti ministeri, con la costituzione di un fondo per finanziare la copertura dei costi e degli incentivi alla chiusura e con la proposta di procedura che consentisse di superasse i nodi esistenti in materia di bonifica dei terreni. Tale progetto doveva se non altro favorire la chiusura degli impianti incompatibili che erano stimati essere attorno a 3.000. Abbiamo visto come è finita …… Se tutto andrà bene, e si fa per dire, assisteremo alla chiusura di qualche centinaio di impianti che incompatibili devono esserlo veramente. Nel frattempo il numero degli impianti non è mai diminuito e piuttosto è tornato a crescere ed ora entra in gioco il fenomeno della illegalità. I punti di vendita in oggettive difficoltà anche nei confronti di una concorrenza per così dire tradizionale hanno recuperato una grande vitalità acquistando su quel mercato parallelo valutato in crescita dal 10% fino, si dice, al 20% ed oltre se si considera anche il mercato extra rete. Sembrerebbe inoltre che il mercato parallelo abbia addirittura consentito la resurrezione di impianti praticamente già dismessi adesso nuovamente operativi grazie ad un pricing molto aggressivo. Infine c’è da considerare che sembrerebbe in fase di sviluppo un problematico mercato di compra-vendita di punti vendita, come di depositi, dove i venditori sono soggetti che non hanno più voglia di stare sul mercato e gli acquirenti sono delle assolute new entry.

 

In conclusione, su questo fronte cosa direbbe al sottosegretario Crippa?

Vado per punti:

(1) Se la razionalizzazione della rete è diventata una “storia infinita” è perché il sistema nel suo insieme, società petrolifere ed imprenditoria privata, non l’ha voluta il che vuol dire che, sempre nel suo insieme, la rete tanto non-efficiente non lo è mai stata: non conosco infatti situazioni dove una impresa privata abbia lavorato in perdita e continui a farlo per tanti anni di seguito. (2) La razionalizzazione “per decreto” non ha funzionato finora e non vedo come si possa ritenere che funzioni adesso. Non riesco a vedere mezzi legislativi che siano efficaci ma soprattutto non ci sono le condizioni di mercato. (3) Tanto meno vedo l’opportunità di un progetto finalizzato al suo finanziamento attraverso risorse esterne al sistema: da sempre sostengo che se la razionalizzazione della rete si configura come un investimento rivolto ad acquisire una maggiore efficienza deve trovare la sua giustificazione economica nel vantaggio che deriva da questa maggiore efficienza. (4) Ormai non è comunque tempo di interventi a carattere dirigistico: dobbiamo lasciare il passo alla evoluzione/involuzione del mercato anche in relazione al perdurare o meno del fenomeno della illegalità ed alle incertezze legate alla transizione energetica. (5) Se poi, nel frattempo, sia pure solo entro certi limiti, si vuole favorire una qualche razionalizzazione della rete la politica e le istituzioni devono da una parte risolvere il nodo, non facile, della bonifica dei siti dismessi e dall’altra rendere severi al massimo grado il controllo sul rispetto delle leggi e dei regolamenti che stabiliscono le condizioni di operatività dei punti di vendita, qualcosa che peraltro sarebbe anche un mezzo per contrastare una certa illegalità. (6) Per favore non parliamo più di razionalizzazione della rete: non porta bene.