Il 5 aprile scorso il Corriere della Sera ha pubblicato, a firma di Francesca Basso, un articolo “sugli appetiti delle mafie sui traffici di carburanti provenienti dall’Est europeo o dalla Libia”. L’articolo ha il pregio di  spiegare al grande pubblico di automobilisti consumatori, ma non solo, come funzionano le truffe nelle vendite di carburanti e quali sono i valori in gioco.

Riproponiamo l’articolo che sicuramente contribuisce ad allargare l’attenzione su un fenomeno che sembra non volersi fermare neppure dopo i recenti provvedimenti governativi. Ecco il  testo.

Quando il prezzo finale è troppo basso spesso qualcosa non torna, specie se tra le sue componenti una parte importante è rappresentata dalle tasse perché quelle non vanno mai in saldo. È il caso dei carburanti: benzina e gasolio a prezzi stracciati talvolta nascondono una truffa ai danni dello Stato, ma anche del consumatore che può ritrovarsi nel serbatoio un prodotto non di qualità.

L’allarme, da anni, lo lancia l’Unione Petrolifera che nell’ultima relazione ha fatto un po’ di conti. I prodotti petroliferi garantiscono allo Stato una bella entrata fiscale: nel 2016 circa 38,7 miliardi, con un decremento del 3,7% rispetto all’anno precedente (1 miliardo e 490 milioni in meno). Un taglio dovuto in parte al ribasso di benzina (in media -6%) e gasolio (-9%) e in parte al calo dei consumi. Il risultato è stato anche un forte calo del gettito proveniente dall’Iva (circa 950 milioni in meno, -7,6%). Perché è bene ricordare che sul prezzo della benzina la componente fiscale pesa in media il 64,7% (accise più Iva) e su quello del gasolio il 61,8%, la quota più alta tra i Paesi dell’Eurozona.

In questo scenario «il commercio illegale di carburanti è un fenomeno sempre più diffuso nonostante l’intensificarsi degli interventi della Guardia di Finanza», spiega Marina Barbanti. «Il problema è che la reazione dell’illegalità — prosegue — è molto veloce. Comunque si sta facendo molto sulla prevenzione anche grazie alle norme previste nelle leggi di Bilancio del 2017 e 2018, ma non basta». Una stima del fenomeno «è molto difficile», le associazioni di categoria indicano un intervallo possibile tra i due e i quattro miliardi, circa il 10% del volume dei prodotti petroliferi venduti. Come fanno ad arrivare sul mercato i carburanti illegali? I furti direttamente dagli oleodotti sono in calo (nel maggio scorso è stata sgominata una banda italo-lettone attiva tra Pavia, Piacenza e Alessandria). Un’altra via è rappresentata dall’arrivo sul mercato nazionale di prodotti petroliferi di dubbia provenienza ma trasportati in piccole navi che attraccano nei nostri porti (l’operazione di ottobre scorso «Dirty Oil» di Finanza e procura di Catania ha portato alla luce un’organizzazione transnazionale finalizzata alla vendita di petrolio rubato da una raffineria libica). È in crescita il fenomeno di prodotti provenienti dall’Est Europa qualificati come oli lubrificanti ma di fatto destinati al consumo come carburanti «con gravi danni anche per le auto che li utilizzano». E poi ci sono «la finta esportazione e le cosiddette frodi carosello sull’Iva: una serie di transazioni fittizie — spiega Barbanti — che consentono un’evasione dell’Iva in uno dei passaggi commerciali, in modo da arrivare al consumo con prezzi assai inferiori rispetto ai valori di mercato». «Il risultato finale di queste pratiche illegali, dietro alle quali c’è la criminalità organizzata — conclude — è mettere fuori mercato gli operatori onesti. La liberalizzazione è stata molto importante ma il moltiplicarsi degli operatori ha reso il controllo più complesso e dispersivo. L’illegalità è a monte, a valle c’è lo sbocco sul mercato».

 

( Francesca Basso, Corriere della Sera , 5 aprile)