La lotta contro l’illegalità nella rete carburanti è da tempo al centro delle attività di Alessandro Proietti, presidente di Assoindipendenti. In questa intervista elenca in dettaglio le possibili ragioni per cui non si riesce a fermare questo fenomeno che attanaglia il settore: dal ruolo dei depositi fiscali fino alle responsabilità della stampa e delle istituzioni.

Proietti ha lavorato nella Esso Italiana per 17 anni fino a ricoprire la posizione di Executive per le attività Operations. Nei successivi 20 anni ha ricoperto il ruolo di Vice Presidente e Direttore Generale per le attività di Marketing nella Kuwait Petroleum Italiana insieme a quello, per alcuni anni, di Presidente della Kuwait Petroleum Spagna.

E’ stato presidente della Nuovo Progetto Srl e promotore di “NOI” (Nuova Organizzazione Imprenditori) poi ridenominata Assoindipendenti due associazioni costituite da imprenditori privati che operano nel settore della distribuzione carburanti.

 

Assoindipendenti è particolarmente attiva sul problema dell’illegalità nella rete carburanti. Recentemente avete scritto una lettera al Ministero dello Sviluppo Economico per chiedere più controlli sulle scorte d’obbligo e di immissione di biocarburanti nei depositi fiscali. Dal canto suo Assopetroli-Assoenergia ha già risposto di aver avviato nel 2015 un’iniziativa specifica col Ministero dello Sviluppo Economico e il Gse. Altri riscontri dopo la vostra lettera?
Assoindipendenti è stata da sempre molto attiva sul fronte della illegalità, almeno non meno di altri. In particolare, la nostra attività è stata finora rivolta alla sensibilizzazione di quei soggetti che, nella nostra percezione, si sarebbero dimostrati per lungo tempo poco attenti alla diffusione di questo fenomeno.

Con la lettera inviata al Ministero dello Sviluppo Economico, non abbiamo inteso presentare la questione del controllo sulle scorte d’obbligo e sulla immissione dei biocarburanti come una nostra “scoperta”, ma  solo rinnovare l’invito a mantenere e potenziare tali controlli anche perché sono un mezzo facile per individuare possibili comportamenti illegali. Nella nota di Assopetroli che ha seguito si legge che “le situazioni di irregolarità, sulla base dei controlli effettuati dalle stesse istituzioni, possono essere considerate residuali rispetto ad altri fenomeni elusivi ben più consistenti” e noi saremmo ben lieti di averne una conferma ufficiale da parte del Ministero.

Infatti gli associati Assoindipendenti hanno qualche difficoltà a condividere questa tesi perché continuano a ricevere proposte di singolari accordi di fornitura ed a collezionare foto di autobotti con targa KR, CK, RI, ecc. parcheggiate o circolanti in aree alquanto lontane dai confini, circostanze che suggeriscono  il possibile mancato rispetto delle leggi in materia di scorte d’obbligo e di biocarburanti. Per altri versi la lettera voleva mettere in evidenza il fatto che si può contrastare l’illegalità, e da subito, anche con i “mezzi” già a nostra disposizione agendo appunto su scorte d’obbligo e biocarburanti come pure sulla verifica quindici-annuale della idoneità dei punti di vendita all’ esercizio, il rispetto delle norme per le acque di piazzale, ecc. Più in generale, si è voluto quindi riportare l’attenzione anche sul problema della razionalizzazione della rete e sulla necessità di rilanciare il progetto.  . Alla domanda se ci sono stati “altri riscontri” dopo la lettera da parte del Ministero, la risposta è negativa.

In generale denunciate la proliferazione dei depositi fiscali. Perché? Quali sono le conseguenze? I rimedi?
La denuncia di un possibile/probabile importante ruolo dei depositi fiscali nella diffusione del fenomeno della illegalità è stata formalmente espressa in occasione della conferenza stampa della GdF a conclusione della operazione “Light Fuel” nel Gennaio scorso. Nelle slide della presentazione, tra le modalità di attività fraudolente viene indicato “l’acquisto da depositi fiscali senza applicazione dell’Iva per effetto del rilascio di false dichiarazioni di intento”. Inoltre se nel Decreto Fiscale del novembre 2016 collegato alla manovra di bilancio nel 2017, nell’ambito delle misure antielusive e di contrasto all’evasione (art. 23 – Depositi fiscali di prodotti energetici) sono state previste “modalità più stringenti rispetto alle norme attuali” per il rilascio delle autorizzazioni per i depositi commerciali ad operare in regime di deposito fiscale, è ragionevole ritenere che alcuni depositi fiscali possano avere avuto un ruolo significativo nella diffusione del fenomeno della illegalità. Con questa premessa, fermo restando che non intendiamo mettere in discussione la possibilità-opportunità, per i depositi commerciali, di essere autorizzati ad operare in regime di deposito fiscale, ci siamo posti la domanda sulla logica operativa ed economica che spieghi la diffusione dei depositi fiscali. Sulla base dei dati forniti dalla Agenzia delle Dogane ed aggiornati alla data del 27 Luglio l’ing. Riccardo Piunti ha sviluppato una molto interessante  analisi degli stessi pubblicata da Staffetta Quotidiana il 4 Luglio scorso. Detto lavoro evidenzia che “l’ ‘incremento percentuale nel periodo 2003-2017 è pari a circa il 205%, in pratica sono TRIPLICATI, con una crescita del 8,3% media annuale e, come visibile, un’impennata concentrata negli anni a cavallo fra il 2007 e il 2013 (di oltre il 13% annuo), quando la crisi ha cominciato a mordere (mentre i volumi scendevano)” Inoltre si rileva che “ la taglia di riferimento di questi depositi SIF, tradizionalmente molto più elevata della media dei liberi, si è evoluta con fortissimi incrementi del numero di quelli di media o piccola dimensione, a volte inspiegabilmente inadeguati (per rapporto alla capacità di ricezione di normali batch di ingresso, per esempio) a un efficace servizio di importazione o gestione di merce in esenzione di imposta. Insomma, all’inizio del percorso i SIF erano delle “rarità”, pochi (119 nel 2003, addirittura solo 95 nel 2000) quasi tutti grandi depositi, normalmente gestiti da pochi grandi operatori, fossero essi majors e specialisti di logistica.” Oggi (Giugno 2017) i “ depositi SIF sono 363  dove 63 hanno “una taglia inferiore ai 100 mc mentre erano solo 19 nel 2003” Sia ben chiaro che non sosteniamo la tesi che deposito fiscale è sinonimo di illegalità, ma solo ci si domanda se   prima di introdurre modalità più stringenti per le nuove autorizzazioni, la materia nel suo insieme non debba essere oggetto di qualche riconsiderazione.

Quali sono le misure che andrebbero prese per contrastare questa piaga dell’illegalità?
Gli “addetti ai lavori”, società petrolifere e di logistica incluse quelle di trasporto, associazioni degli imprenditori privati, sono perfettamente al corrente su quale insieme di iniziative, in collaborazione con le Istituzioni competenti, si sta lavorando per bloccare, o almeno contenere, il fenomeno della illegalità. Misure come reverse charge, solidarietà del cessionario,   tracciabilità delle vendite, e quanto d’altro appaiono corrette e, siamo assolutamente d’accordo sulla importanza di una loro adozione con la sola riserva legata alla complessità dei relativi iter di approvazione ed attuazione, e quindi ai tempi che possano non essere così brevi come l’emergenza richiederebbe.

In tutta sincerità trovo noioso passare in rassegna ancora una volta tali iniziative. Sono invece disponibile a ritornare sul tema di quanto possiamo fare oggi, da subito, con i mezzi a disposizione. Se la politica e il mondo della comunicazione hanno le loro responsabilità per aver sottovalutato il fenomeno, il sistema degli addetti ai lavori non può, come invece sembra, ignorare le proprie. L’illegalità si alimenta attraverso quei soggetti che immettono i prodotti sul mercato, attraverso altri soggetti che li movimentano fisicamente, cioè le società che operano nella logistica e nei trasporti, ed attraverso quelli che comprano e rivendono il prodotto fino al consumatore.

E’ dunque arrivato il momento in cui la parte sana del sistema, che per fortuna è ancora la sua maggior parte, si mobiliti, senza esitazione ed ambiguità, contro quelle situazioni e quei soggetti che ragionevolmente suggeriscono l’ipotesi di coinvolgimento in meccanismi fraudolenti. E’ infatti l’adozione della “sanzione sociale” che da tempo auspichiamo, che non è prevista dal codice penale, perché questa forse non arriverà mai o forse troppo tardi, ma da quel “codice di civiltà” che prima o poi dovremmo pure deciderci a scrivere per assicurarci un accettabile standard di lavoro e di vita. Un rappresentante delle Istituzioni recentemente ha detto che “il danno maggiore che questo fenomeno ha causato è nello sfilacciamento delle relazioni tra gli addetti ai lavori, tra operatori ed Istituzioni. Per diversi anni ha vinto la regola del più furbo, e chi non operava all’interno di certe regole si è trovato fortemente penalizzato mentre la risposta delle Istituzioni è stata poco efficace”. Domanda: siamo certi di aver fatto, e di fare, tutto quello che è nelle nostre possibilità, per proteggere i nostri interessi ma anche per rispondere al dovere di cittadini e di persone civili?

Tra le iniziative contro il fenomeno dell’illegalità, quella di una pagina a pagamento su una testata giornalistica nazionale, con l’invito al giornalismo di inchiesta a rivolgere maggiore attenzione al problema. Pensate di riproporre qualcosa di simile?
Quasi certamente no. Nell’ estate 2016, quando ancora si parlava solo di costituzione di tavoli sui quali discutere di possibili iniziative contro l’illegalità, abbiamo ritenuto che fosse arrivato il momento, anche attraverso la scelta della testata giornalistica, di mandare un segnale ben preciso, non al consumatore quanto alla politica ed agli “addetti ai lavori”, in merito alla necessità di passare rapidamente dalle parole ai fatti. Lo richiedeva un fenomeno che nelle valutazioni di tutti valeva un 10% del mercato carburanti (oggi si parla del 15, ma anche del 20%) con un costo per l’Erario, per lo Stato, cioè per la comunità, di almeno 2 miliardi di Euro l’anno (e già eravamo arrivati al secondo anno) per solo evasione dell’Iva, cioè 10 milioni di Euro al giorno. Lo richiedeva anche la necessità di eliminare il costo, difficilmente quantizzabile ma certo e significativo, della forte distorsione delle regole della concorrenza causata dalla illegalità, il tutto a fronte di un pseudo-vantaggio assolutamente marginale per il consumatore, vantaggio comunque destinato ad essere cancellato da aumenti di accise, e da altre amenità di carattere fiscale a carico dello stesso.

Il manifesto pubblicato a pagamento aveva lo scopo di sensibilizzare anche il mondo dei media, sulla necessità di affrontare seriamente la situazione prima che il sistema, già in difficoltà per altre ragioni, collassasse. Il risultato è stato decisamente deludente.  .

Perché secondo lei i giornalisti parlano così poco di questo problema?
Questa è la domanda che vorrei rivolgere a lei….! Per quanto mi riguarda un certo pragmatismo mi suggerisce di non escludere le     ragioni economiche. La maggior parte della comunicazione, non diversamente da altre, è una attività economica  nel senso che  i media esistono o meno in funzione del loro risultato economico. Con questo arriviamo all’ inevitabile    confronto tra costi e ricavi dove il ricavo è associato, nel caso della stampa e delle comunicazione più in generale, agli interessi del consumatore, sia lettore o dell’abbonato alla radio alla televisione, e quindi è normale che i gestori dei media tendano a soddisfare un certo tipo di domanda. Purtroppo temo che l’italiano medio non sia interessato ad approfondire    certi argomenti   quindi è assolutamente normale che l’offerta sia in linea con la richiesta. Se poi questo sia un bene oppure un male ognuno è libero di pensarla come vuole.

Tra le priorità uscite dall’ultima assemblea di Assoindipendenti c’è anche la “rivisitazione” delle modalità di relazione con le altre associazioni (Assopetroli, Grandi Reti, UPEI). Crede che in futuro ci possa essere più unità tra le diverse facce che rappresentano gli indipendenti?
E’ con un qualche disappunto che mi vedo costretto ancora una volta a spiegare che Assoindipendenti è stata costituita e svolge la sua attività in una logica che non è di confronto con Assopetroli e con Grandi Reti, ma per soddisfare le esigenze specifiche di alcuni imprenditori privati, più specificatamente quelli cosiddetti indipendenti, esigenze che almeno finora sono state ritenute non essere al centro della attenzione di altre organizzazioni. Da sempre la mia posizione al riguardo è stata espressa in questi termini molto precisi: Assopetroli, in quanto organismo di rappresentanza di tutta una categoria, se non esistesse occorrerebbe inventarla perché svolge un ruolo importante ed insostituibile; Assoindipendenti, ha come finalità quella di rappresentare un certo segmento di imprenditori del settore ma anche di costituire una sorta di “business school” autogestita perché sfrutta l’insieme delle esperienze e competenze degli associati per preparare e gestire al meglio la non facile transizione da un mercato di oggi a quello che ragionevolmente si può ipotizzare per il futuro.

Si tratta di due “mestieri” assolutamente diversi che senza dubbio potrebbero integrarsi ma, al momento attuale, una qualsiasi iniziativa al riguardo richiede il superamento di una serie di difficoltà a cominciare da quella della errata percezione di rivalità. Se nel recente passato c’è stato qualche confronto a distanza  e solo a causa di differenti opinioni su certi argomenti.   Succede.  Ed è un bene che sia così.  E’ stato il caso   della razionalizzazione della rete  mentre non può essere quello della illegalità, laddove è la natura stessa del problema che non ammette sfumature di interpretazione.

In materia di collaborazione gli spazi da occupare sono enormi. E’ altrettanto vero che   c’è un po’ di lavoro da fare, per il quale dovremmo trovare tempo disponibile e modi appropriati, ed in questo c’è la disponibilità di Assoindipendenti. La mia esperienza professionale è maturata in quaranta anni di lavoro in un contesto dove il concetto del “lavorare insieme” è stato dominante: gli associati Assoindipendenti lo sanno bene perché è quello che continuo a proporre loro come filosofia e strategia di fondo per poter guardare al futuro con qualche fiducia. L’interessamento nei confronti di UPEI, associazione che a livello europeo rappresenta gli imprenditori indipendenti del settore, è solo un derivato della stessa logica del “lavorare insieme” e di incontri avvenuti qualche tempo fa. Confesso che non mi sono ancora ben chiare le finalità e le modalità operative di UPEI, come pure non mi sono chiari i vantaggi e gli impegni che ne deriverebbero per Assoindipendentima la nostra curiosità risponde alla esigenza di allargare i confini della conoscenza di quanto accade in altri mercati . Per il momento tutto qui.


A maggio ci sono stati dei cambiamenti all’interno dell’associazione. In particolare, quali sono i motivi dell’uscita dell’associazione di Ugolini Petroli e di Vega Carburanti?
I “cambiamenti” di Maggio, peraltro assolutamente marginali, sono solo la conseguenza dell’obbligo da Statuto delle dimissioni degli amministratori alla scadenza del triennio 2014-2016 e della conseguente elezione dei nuovi per il triennio 2017-2020. Nei fatti sono stati confermati il Presidente (il sottoscritto), i vice presidenti Andrea Bortolamei e Carlo Picchiotti, i Consiglieri, Alessandro Celli e Diamante Menale, e sono stati nominati i due nuovi Consiglieri Fabio Chiarelli e Maurizio Natalizia.  . Per il resto obiettivi, strategie, programma di lavoro sono stati approvati all’unanimità.

Per quanto riguarda la seconda parte della domanda, le dimissioni dalla associazione di Vega Carburanti e di Ugolini Petroli non sono state accompagnate da motivazioni formali fornite dagli interessati ma ritengo di dare una informazione corretta riferendo che si tratta di decisioni  conseguenti l’aver ritenuto che le esigenze di tali aziende   non trovano riscontro negli obiettivi, nelle strategie e nelle modalità operative della associazione. Accade. Così come accade che tre nuovi associati la pensino diversamente.