Secondo Roberto Di Vincenzo, presidente della Fegica le relazioni tra i soggetti della rete carburanti sono improntate alla legge del più forte, e i gestori sono sicuramente la parte debole. Il non oil non decolla perché le compagnie (ed i retisti) non investono, perché se lo fanno chiedono affitti inavvicinabili e perché ci sono lobby  intoccabili.

Continua il disimpegno delle compagnie petrolifere, con la conseguenza che la controparte dei gestori saranno sempre più i retisti, i quali però a volte si presentano in ordine sparso. In questo quadro un po’ confuso come si posiziona il gestore? Quali strategie di contrattazione può adottare?

Il problema vero non è quello del disimpegno – annunciato da tempo – di alcune compagnie petrolifere (e temo che non sarà finita qua) dal territorio italiano, ma la superficialità e l’indifferenza con i quali la situazione è stata vissuta e affrontata da Governo e Parlamento che non sono riusciti a dedicare nemmeno mezza giornata all’analisi degli scenari futuri. Purtroppo in Italia, prima di procedere si aspetta ii fatto traumatico: il divieto di fumo nei Cinema venne introdotto ancora prima della legge quando un incendio devastò il Cinema Statuto di Torino.

E non basta: sovrapporre vincoli a vincoli (ambientali o burocratici che siano) rende sempre più facile e remunerativo scegliere, per investire, altri Paesi disinvestendo in Italia. La stessa Sen, nell’ultima versione, indica quella dell’elettrico come la nuova frontiera marginalizzando, sempre di più, le fonti fossili che, comunque, continueranno a essere, almeno per i prossimi tre decenni, fondamentali per lo sviluppo.

La politica non può fermarsi al “politically correct”, senza porsi la domanda di cosa accadrà domani alle miglia di lavoratori impegnati in questo settore, al sistema industriale, alle possibilità di sviluppo a esso legate e, in ultima analisi, al Paese.

Per “giocare” con il fotovoltaico e dare ricchi incentivi, abbiamo gravato la bolletta di una cifra di circa 18/20 Mld/anno e la mancanza di gettito, derivante dalla migrazione dei consumi da prodotti petroliferi a elettrico (oltre 36 Mld/anno) dovrà ancora una volta essere coperta da chi, magari, non possiede neppure l’automobile. E c’è ancora chi, spudoratamente, parla di incentivi per l’auto elettrica.

Per essere buono la definirei una contraddizione in termini.

Chi vuole utilizzare il fotovoltaico o altre fonti alternative è giusto che metta le mani in tasca e provveda direttamente: insomma l’ambiente sta diventando un alibi dietro il quale si nascondono, a volte, interessi inconfessabili.

 

Faib, Fegica e Figisc stanno attuando una serie di iniziative di protesta contro la vendita dell’ultimo “Maxipacchetto” Esso di impianti carburanti. Quali sono i vostri timori?

In generale sono quelli che sono espressi nella risposta precedente: esiste un problema di coerenza e di rispetto della legge: Pacta servanda sunt! Nel senso che non si può chiedere a un cittadino di rispettare la legge se i “potenti”, i nuovi Padroni, possono fare strame delle leggi su cui si fonda la convivenza civile. Chi ha acquistato i pacchetti dalla Esso sapeva benissimo cosa acquistava, a che prezzo e quali oneri erano connessi all’acquisto: oggi sembra di essere all’asilo infantile quando consumati imprenditori che investono decine di milioni di Euro nell’affare, sostengono che, per loro, gli accordi sottoscritti dalla Esso (che è grande) non possono essere rispettati – e, quindi, violati – da loro solo perchè sono piccoli.

Mi chiedo solo: dov’è la legge? Perché dovrei rispettarla? In fondo anche i gestori sono piccoli eppure una pur minima loro defaillance viene duramente colpita e repressa. Andiamo vero uno Stato che non può più essere classificato come “di diritto” ma del più forte.

Ma in questo humus finisce per crescere la malapianta della disobbedienza e della rivolta – individuale e collettiva – delle coscienze.

 

Prossime mosse?

Poiché siamo degli inguaribili ottimisti immaginiamo che, sull’orlo del baratro, ci si fermi e si riprenda a riflettere. Noi con pazienza cerchiamo di ricucire strappi e ricomporre lacerazioni ma, fino a quando potremo tenere unito un settore che è animato da un desiderio di autodistruzione, di eutanasia?

E, poi, se tutto dovesse implodere (o esplodere) come dicono i francesi di recente tornati di moda, “a la guerre come a la guerre”.

 

Si parla moltissimo di mobilità sostenibile e auto elettrica. Per i gestori non potrebbe essere un’occasione di rilancio, magari “riciclandosi”?

 Quello sulla “rottamazione” dei benzinai e delle pompe di benzina e dei gestori che sta tenendo occupati alcuni presunti esperti di questo settore, rappresenta la summa teorica dell’ipocrisia e dell’approssimazione che anima la società italiana. Quella dello story-telling.

L’energia elettrica (e per brevità evito di raccontare, ancora una volta del Cip6 e dei decreti sblocca e blocca centrali) non nasce sugli alberi. Come il petrolio, l’energia elettrica non è presente in natura: bisogna produrla. E se per farlo, il nostro campione nazionale, ricorre per oltre il 40% al carbone rivendendomi il prodotto della trasformazione come immacolato, mi prende per i fondelli. Anche perché – in attesa degli accumulatori di terza o quarta generazione – la sovrapproduzione non può essere stoccata.

Quello di Enel sembra l’approccio “reputazionale” di Scaroni, nel 2012 che ha creato le premesse per la distruzione del settore. Chissà per quale fine

In questo quadro non credo che ci sia spazio per riciclare i gestori: forse se smettessimo di riciclare i “grandi” manager che rischiano i soldi della collettività, che se perdono non pagano, che se guadagnano ottengo laute ricompense ma che, comunque vadano le cose, incassano stipendi che valgono, ogni anno alcuni milioni di euro.

Basterebbe, se si ha a cuore l’ambiente, facilitare l’ammodernamento del parco auto con vetture Euro6 per risolvere i problemi di CO2 in un battibaleno. Senza carbone (o nucleare).

 

E  il non oil? Può accrescere la redditività del gestore? Perché non decolla?

E’ l’ennesimo tappeto che qualcuno pensa di rivendere, per l’ennesima volta, ai gestori: il non oil non decolla perché le compagnie (ed i retisti) non investono; perchè quando lo fanno impiccano i gestori a canoni di affitto di ramo d’azienda ed affiliazione commerciale che potrebbero essere pagati a San Babila o a Piazza Navona; perché esistono vere lobby (come i tabaccai) che nonostante Leggi, pronunciamenti dell’AGCM continuano a essere una specie protetta (ancora l’AAMS per accettare la domanda per una nuova rivendita inserisce parametri sulla concentrazione demografica nell’area di riferimento); la distribuzione dei quotidiani e dei periodici non intende consegnare capillarmente; in Autostrada la lobby della ristorazione, con la complicità delle società concessionarie e di opportuni “ritocchini”, impedisce l’applicazione della Legge 27/12 e rivendica “l’esclusiva d’area” nel silenzio dei ministeri interessati e dell’AGCM che, colpevolmente, si distrae al momento opportuno. E così via.
In questo contesto -nel quale in molti si sono esercitati e hanno fallito – c’è poco spazio: o diventa un problema di interesse collettivo o non c’è futuro per il non oil sulla rete.

 

Come e quanto pesa sui gestori il dilagante fenomeno dell’illegalità? Può la categoria contribuire a risolvere il problema?

I gestori sono in prima linea anche perché sono il segmento più aggredito. Ma l’illegalità non si risolve solo con un’azione di polizia (che pure è giusta, dovuta e sacrosanta): l’illegalità si sconfigge con le politiche che l’industria petrolifera avrebbe dovuto e dovrebbe fare.

Aver creato un “doppio mercato” per incoraggiare i no-logo a scapito della rete di marchio (e del valore, a bilancio, degli asset) è stato prodromico allo smantellamento del settore e alle perdite di bilancio che hanno caratterizzato questi ultimi anni di bilanci petroliferi. La legalità si difende con le regole – anche più stringenti di quelle attuali- e con sanzioni vere a chi le contravviene.

Se si cedono impianti a operatori senza struttura e li si rifornisce a un prezzo lasciando che possano questi pagare i gestori 2 €cent/lt o trasformarli in “guardiani senza diritti” (nuovi schiavi) e che questi stessi operatori possano -in maniera piratesca- fare scorribande sul mercato utilizzando il prezzo come una clava contro gli stessi loro fornitori (ed i gestori) quale futuro potrà mai esserci?

Ecco perché le regole diventano indispensabili, perché consentirebbero alle stesse aziende di rimanere competitivamente sul mercato tagliando l’erba sotto ai piedi di quegli pseudo-imprenditori che, costretti a rispettare le regole, dovrebbero rientrare all’interno di un sistema equilibrato.

Quindi un sistema regolatorio, prima ancora che ai gestori, converrebbe alle compagnie integrate che, per la loro stessa natura, non possono, manifestamente, contravvenire alle norme (l. 231).

Da questo strettissimo passaggio passa la sconfitta dell’illegalità: sopratutto se l’Osservatorio dei Prezzi, come chiediamo da tempo, preveda un warning che consenta di segnalare agli organi competenti, prezzi al di fuori di un range che potremmo definire di compatibilità.

 

A inizio luglio avete sottoscritto con TotalErg il nuovo accordo collettivo sulla viabilità autostradale. Finalmente qualcosa si muove in positivo? Qual è la situazione con le altre compagnie?

 L’accordo con TotalErg – pur non essendo il massimo che ci si potesse aspettare – ci ha consentito, però, di mettere in sicurezza i gestori autostradali nel momento in cui sembra approssimarsi la cessione della società e, con l’arrivo dei nuovi “padroni” la situazione si sarebbe potuta rivelare particolarmente “difficile”. Ci sono all’interno di quell’accordo elementi di salvaguardia che possono essere attivati in caso di fibrillazione di un sistema che è stato radicalmente cambiato.

Tranne con Tamoil, che continua a vivere nel suo splendido e inconsapevole isolamento, gli accordi per la viabilità ordinaria sono stati chiusi con tutte (l’ultimo con la Q8 mettendo fine a una querelle che durava da tempo): anzi con alcune (vedi Eni) dovremmo approcciare i rinnovi per tentare di superare quei “contratti di solidarietà” che hanno consentito al settore di uscire dall’equivoco “tutto self” per rilanciare, con forza, la modalità servito.

Rimangono in sospeso le contrattazioni con Api per le autostrade e con Eni, sempre per lo stesso segmento ma non dimentichiamoci che, in mezzo, ci sono state le gare e la pubblicazione di quel decreto interministeriale che ha riconfermato la continuazione dell’attività da parte del gestore. E, questa mi sembra una cosa di non poco conto, sopratutto perchè perseguita solo dalla parte “sindacale”.

Ma, anche qui vale il ragionamento che ho fatto precedentemente: nessun accordo rimane in piedi se le regole pattuite vengono sistematicamente infrante: se, poi, dovesse prevalere la logica minoritaria del “tanto peggio tanto meglio” o l’idea della giustizia sommaria in attesa dell’eruzione del Vesuvio e della fine di Ercolano e Pompei, allora i discorsi fatti finora sarebbero parole sussurrate nel vento.