25 e 26 settembre 2011
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23 agosto 2011

Luca Squeri: ridisegnare la funzione e il ruolo del gestore

Per il presidente della Figisc la riforma è un’occasione per definire rapporti normativi e commerciali. Ci sono spinose questioni a cui occorre ancora lavorare. La vicenda del non oil è stata sempre collegata alla diminuzione del prezzo dell’oil.

La Figisc ha espresso un giudizio positivo sul contenuto dell’articolo 28, ma al di là di polemiche e distinguo, per lei che fa politica nel settore, le pare che ci sia da essere soddisfatti per il modo in cui si è messo mano alla riforma ?

Luca SqueriDi questa riforma (peraltro l’ennesima che interessa il settore) si parla dall’ottobre del 2009, quando il sottosegretario Saglia lanciò i primi segnali; se ne è discusso per tutto il 2010, tra tavoli generali, cui le rappresentanze dei gestori hanno partecipato, o intese particolari (cito il verbale d’intesa Governo-gestori del 14 settembre 2010) e a febbraio era approdato persino al Consiglio dei Ministri. Se la domanda serve da spunto alla risposta che invece bisognava percorrere altre vie per altre soluzioni e ben altre riforme, questa è cosa che, per ragioni ben note, non appassiona Figisc più di tanto.

Quali saranno gli aspetti dell’artico 28 che influiranno più positivamente sulla condizione dei gestori?

La questione generale è quella della contrattualistica e della revisione dei rapporti normativi e commerciali con la proprietà degli impianti nella cornice della non discri-minazione e penalizzazione del gestore rispetto alle regole della concorrenza. Quello che pensiamo noi è che la ridefinizione dei contratti deve puntare a riconoscere al gestore il suo ruolo nella filiera e non certo e non più il ruolo di chi deve garantire il sistema, il prezzo e la difesa del mercato con il sacrificio del suo margine. In un mercato già incattivito da anni e che lo sarà ancora di più dai processi evolutivi del settore, la categoria deve semplicemente uscire dalla guerra dei prezzi e non farsene garante in qualunque senso ciò venga inteso.

Quali quelli che modificherebbe e in che direzione?

L’articolato va visto nel suo complesso e valutato alla luce di ciò che si intende fare della contrattualistica: se su questo si intende condurre una battaglia serrata per cambiare l’ordine delle cose, cioè uscire da quegli assetti che – costruiti nel tempo per dare certezze al gestore – hanno finito per diventare una trappola per i gestori stessi, anche altri aspetti presenti nell’articolato assumono un peso diverso da quello che si ha con una lettura disaggregata delle singole norme.

La mancanza di unità nasconde differenze sostanziali o arroccamenti caparbi?

L’unità (che non vuol dire assenza di differenze, anche assai marcate, ed è rispetto delle identità ed autonomie) è un esercizio assai difficile di pazienza e mediazione, così difficile che alle volte può accadere che qualcuno preferisca cedere alla tentazione di sopraffare, di rendere subalterni i compagni di percorso. Perciò ognuno si faccia un esame di coscienza, valuti tempi e modi degli atteggiamenti e delle iniziative assunte, e tragga le sue conclusioni. Qualunque sia la risposta a questo quesito a bivio si rischia di approfondire il solco scavato nell’unità delle rappresentanza di categoria e non certo di colmarlo. E non abbiamo bisogno di continuare in questa direzione.

Quali sono i punti su cui si potrebbe riprendere un dialogo don Faib e Fegica, sempre che sia dell’idea che possa essere utile riprendere a parlarsi?

Che sia necessario, più che utile, tornare a parlarsi è abbastanza ovvio. Certo che temi per trovare indispensabili e scontate convergenze non mancano: contrattualistica e bonus fiscale, ad esempio, che ci attendono appena al di là del periodo feriale. Altra cosa è la ricostruzione di un clima di identità condivisa, su cui i processi sono assai più complessi, per il fatto che più volte in questi ultimi anni è stata messa in discussione da diverse vicende. Indispensabile è sempre avere di vista che, più che l’unità tra le sigle o i loro dirigenti, conta l’unità della categoria.

Considerato che la materia dei carburanti per i profili prettamente commerciali è una competenza legislativa esclusiva delle Regioni, tenuto conto che le medesime dovranno introdurre nei propri provvedimenti normativi le prescrizioni contenute, sotto gli aspetti della concorrenza, nel decreto legge, ritenete di intervenire per cercare di modificare o attenuare a livello locale i contenuti del provvedimento statale?

Come spesso, si pongono questioni abbastanza sul filo di lama tra competenze statali e competenze regionali, che probabilmente daranno adito a qualche contenzioso inter-pretativo; un esempio è la norma sulla selfizzazione obbligatoria, che pure è figlia di un dibattito sull’azzeramento dello “stacco Italia”. E su tutto, comunque, aleggiano le segnalazioni e i veti di Antitrust, che, come è noto, sfondano tutte le limitazioni. Tuttavia, più importante di quel che sta scritto nella norma, è l’uso “commerciale” della stessa da parte degli operatori, e si ricorda che le pompe bianche usano già il self 24 ore su 24. Altro argomento ancor più spinoso è come si lavorerà nelle Regioni e nei Comuni per la ristrutturazione della rete in merito alle verifiche di compatibilità. “Stacco” o non “stacco”, il problema è che la rete italiana ha un livello altissimo di presidio territoriale: tantissimi impianti e ciò, volenti o nolenti, è una moltiplicazione di centri di costo che influenzano il prezzo finale. La scelta è sempre tra livello dei costi e livello del servizio al territorio.

I gestori hanno una precisa identità, espressa anche in forme associative, da circa cinquanta anni. Quali sono state, in questo mezzo secolo, le grandi conquiste, quali le mancate vittorie, quali le sconfitte più dure?

Il gestore italiano è qualcosa che non ha l’eguale nel contesto europeo. Ciò è stato possibile attraverso fasi di sofferta maturazione, di messa a punto di strumenti, di lotte difficili, che hanno costruito una identità ben precisa. E’ questa da considerarsi senz’altro una grande vittoria, almeno fino a quando il mercato non è cambiato. Più che indugiare in una retrospettiva, però, il problema su cui focalizzarsi è un altro: mentre si mettevano a punto questi faticosi assetti, come se dovessero essere fondati “per sempre”, tutto è andato cambiando: liberalizzazioni reiterate, spinte alla terzia-rizzazione degli investimenti, pompe bianche, guerra dei prezzi, hanno sfaldato il muro delle certezze. Oggi bisogna ridisegnare la funzione e il ruolo del gestore: non è solo una questione di diritti, ma di ruoli equilibrati ed accessibili dentro un mercato incarognito che è diventato il vero tritacarne in cui si rischia non la sconfitta, ma la distruzione del gestore.

Col senno di poi, quali sono state le occasioni di rinnovamento che non sono state colte?

La categoria non si è mai tirata indietro rispetto alla responsabilità di proporre cambiamenti, perciò non posso dire che non siano state colte, da parte delle sue organizzazioni di rappresentanza, occasioni di rinnovamento: semmai, sono le risposte degli interlocutori che sono puntualmente mancate, sostituite da arroccamenti e dal continuo tentativo di scaricare sui gestori le isterie del sistema. Ora si tratta di cogliere realisticamente questa occasione di cambiamento data dalla norma sui contratti, a meno che non si pensi che invece di togliere la categoria dalle peste del mercato, bisogna rifare la forma del mondo.

Il gestore che incontreremo nel 2021 , sarà anche quello che nascerà dalle vostre scelte, quali caratteristiche avrà? Come saranno le stazioni di servizio tra dieci anni?

Posto che fra dieci anni faremo i conti anche con altre forme di mobilità ed energia, sembra di poter dire che le cose non andranno certo come si pensavano fino a qualche tempo fa. Finita la fase della grande rete moderna specializzata, di qualità, la terziarizzazione andrà avanti alla grande, con un progressivo disimpegno delle petrolifere non più attratte dalla distribuzione, dalla competizione del mercato e dalle marginalità decrescenti, insomma una accentuazione di processi già ora ben evidenti. Il gestore deve ritagliarsi un ruolo che, pur cogliendo alcune delle opportunità marginali di questa evoluzione, deve soprattutto tutelare la sua professionalità di terzista della distribuzione, così come altri nella filiera, tenendosi ben lontano dalla suggestione di “fare” il mercato e dalla trappola di essere coinvolto nella logica dei prezzi e della “difesa mercato”. Dieci anni sono oggi, in questo settore, un periodo ben più tumultuoso che per il passato, qui, assieme a strategie e tattiche, i processi cambiano ogni giorno ed ogni giorno bisogna guardare dove posizionarsi.

Perché si discusso tanto di modello della rete tedesco, modello francese… ma alla fine non si parla mai seriamente di attività non oil, si cede al primo divieto dei tabaccai e mai le associazioni, a meno che sia una mia manchevolezza, hanno presentato un progetto forte che, di fronte all’ampliarsi dei pagamenti automatizzati, rendesse comunque insostituibile la figura di un imprenditore dell’area?

Il problema dei modelli è fuorviante e quello italiano è esso stesso un modello, ancorché maturo, in cui costi e servizio di presidio territoriale sono indissolubilmente legati. Tutta la vicenda del non oil è sempre stata culturalmente collegata ad una aspettativa di diminuzione del prezzo dell’oil, non come un business autonomo, insomma, ma di mera surrogazione di quello prevalente, insomma, un’attività di serie B. Ed è questa la ragione per cui non c’è mai stato un progetto forte in questa direzione da parte di chicchessia (se si eccettua il processo inverso inventato dalla GDO per aumentare l’appeal dei centri commerciali ed incrementare il cash flow). Quanto alla questione dei tabacchi, non è certo con la vendita di qualche pacchetto di sigarette che si risolve il problema della gestione, e fin dalla legge 57/2011 (che per prima aprì il non oil) questo fu un bel muro di gomma. Il non oil è ancora connesso alla dimensione della rete: se sono tanti gli impianti (l’erogato medio sulla rete stradale è di 1,33 milioni di litri), ancor meno hanno senso altrettante piccole botteghe despecializzate se non collocate in un adeguato contesto di bacino.

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