Quando si parla di mobilità non si deve guardare solo alla CO2 e alla qualità dell’aria ma anche agli aspetti sociali. E’ questa l’affermazione da cui parte il presidente dell’Unione Petrolifera, Claudio Spinaci, quando parla di “veicoli”, che siano a benzina, elettrici o altro. Nell’intervista Spinaci approfondisce il concetto, pensando costantemente a una “mobilità”, senza le “disuguaglianze che già caratterizzano la nostra società”. Il presidente dell’Unione Petrolifera parla poi del “sorpasso” del gas sul petrolio -“che resterà comunque una fonte essenziale”- e del tonfo della produzione nazionale di greggio e gas, “frutto di una serie di veti incrociati che, di fatto, hanno paralizzato l’attività upstream in Italia”.

All’ultima assemblea annuale, l’Unione Petrolifera ha focalizzato l’attenzione sul tema della mobilità e della sua possibile evoluzione anche con uno sguardo alle ricadute sociali. Cosa intendete?

Quando si parla di mobilità bisogna fare molta attenzione perché si va a toccare un tema molto delicato e cioè il diritto delle persone a muoversi liberamente e in modo accessibile. Il dibattito che oggi c’è intorno a questo argomento sembra però tralasciare questo aspetto che invece è centrale. Abbiamo due problemi distinti da risolvere: da un lato, la riduzione della CO2 derivante dal settore dei trasporti come previsto dagli accordi di Parigi; dall’altro, il miglioramento della qualità dell’aria in alcuni grandi centri urbani. Nel primo caso, si tratta di un obiettivo globale e di lungo termine che vede coinvolti i Governi mondiali, nel secondo, si tratta invece di un problema che va risolto localmente e riguarda le autorità locali. In entrambi i casi crediamo sia possibile affrontare e risolvere tali problemi senza eccessive drammatizzazioni e senza ricorrere a soluzioni costose ed elitarie che non farebbero altro che aumentare le disuguaglianze che già caratterizzano la nostra società.
Per restare alla CO2, è sufficiente puntare sul ricambio del parco auto, sia pubblico che privato, considerato che oggi oltre 17 milioni di veicoli, cioè oltre il 45% del totale, sono ante euro 4, ovvero in circolazione da prima del 2005, con emissioni medie intorno ai 170 gr/km. Ai livelli attuali di emissione dei veicoli euro 6 e della loro già prevista evoluzione, con un progressivo ricambio di circa 2 milioni di auto all’anno al 2030 si scenderebbe intorno ai 107 gr/km, con una riduzione del 37% rispetto al 2005, cioè più del 33% previsto a livello europeo sulla base degli accordi di Parigi. D’altra parte, la sempre maggiore penetrazione di veicoli euro 6 a benzina, gasolio, ibridi e la diffusione del gas nel trasporto leggero è già un processo in corso e rappresentano dunque soluzioni già disponibili. Quanto al discorso del miglioramento della qualità dell’aria, il ricambio del parco auto da solo non basta o almeno richiederebbe tempi troppo lunghi. In questo caso sono richieste misure a breve termine che siano basate su un approccio multidisciplinare (urbanistico, comportamentale, ambientale, ecc.), identificando le reali fonti emissive, tenendo conto delle specificità ambientali e meteorologiche di ciascuna città e non limitando l’analisi al solo trasporto che è solo una parte del problema.

Si parla molto di auto elettrica e di un suo possibile “boom” nel breve termine. In molti stanno investendo, soprattutto l’industria cinese, giapponese ma anche alcuni produttori americani ed europei. Cosa ne pensa?

Credo che l’auto elettrica sia ancora un prodotto di nicchia che, tuttavia, nei centri urbani più inquinati può rappresentare un supporto ad altre forme di intervento tra le quali resta prioritario un reale rafforzamento del trasporto pubblico locale, sia su gomma che su rotaia. Il punto è che non si può pensare di affrontare il problema partendo dalle opzioni più costose, quando abbiamo a nostra disposizione strumenti molto più immediati ed economici che ci permetterebbero di raggiungere ugualmente gli obiettivi. Da questo punto di vista, oggi l’auto elettrica è appunto la soluzione più costosa e, cosa più importante, non è sicuramente alla portata di tutti e dunque rischia di diventare un fattore di esclusione sociale. Il giorno in cui la tecnologia sarà matura e in grado di offrire prestazioni e costi analoghi a quelli dei motori a combustione interna allora il passaggio sarà naturale. Fino ad allora ci si deve basare su una seria analisi costi-benefici senza illudere le persone. La vera anomalia sarebbe quella di forzare la mano introducendo meccanismi di incentivazione che, alla fine, verrebbero pagati dai possessori delle auto più vecchie che finanzierebbero così l’acquisto della seconda o terza auto, elettrica, a chi se la potrà permettere.

Cambiamo argomento. La relazione annuale 2017 dell’Unione Petrolifera conferma il sorpasso del gas sul petrolio come fonte primaria in Italia. Quali sono le motivazioni di questo trend? Continuerà?

In realtà, il sorpasso dello scorso anno, pari a pochi decimali, è stato dovuto perlopiù ai problemi ai reattori nucleari francesi, con la conseguente riduzione delle importazioni di energia elettrica e dunque con un maggiore ricorso ai cicli combinati, visto anche il calo della produzione idroelettrica e la scarsa programmabilità delle rinnovabili. Al di là di questo fattore congiunturale, stando alle nostre previsioni, il gas nei prossimi anni è destinato a crescere superando stabilmente il petrolio che però resterà una fonte essenziale e continuerà a soddisfare oltre il 34% della domanda di energia primaria e oltre l’80% di quella nel settore dei trasporti.

Anche le grandi compagnie negli ultimi anni sembrano preferire l’estrazione del gas……

Non direi. Le grandi compagnie integrate tendono a valorizzare i propri asset e sono impegnate sia nel gas che nel petrolio perché sanno che ci sarà bisogno sia dell’uno che dell’altro. Il gas è una fonte importante, ma non dimentichiamo che il petrolio resterà ancora per diversi anni la principale fonte di energia a livello mondiale, anche se troppo spesso ci si illude che non sia così. D’altra parte, Fatih Birol, Direttore dell’Agenzia internazionale per l’energia, in una recente intervista ha detto che la domanda di petrolio è destinata a crescere tanto da superare i 100 milioni b/g già dal prossimo anno. Birol ha però anche aggiunto che il troppo entusiasmo sull’auto elettrica rischia di dare un messaggio sbagliato agli operatori, distraendo fondi e attenzione verso una fonte, quella petrolifera, che ci servirà ancora a lungo. Credo che sia un utile richiamo alla realtà.

Un altro dato importante emerso dalla relazione è il tonfo della produzione nazionale di greggio e gas. Cosa succede al nostro upstream?

È il frutto di una serie di veti incrociati che, di fatto, hanno paralizzato l’attività upstream in Italia, dove nessuno più investe e se può se ne va. Eppure, contrariamente a quanto si sostiene nella nuova SEN messa recentemente in consultazione, l’Italia avrebbe ampie potenzialità. Non riesco a capire perché in altri Paesi ben più fragili sotto il profilo ambientale certe cose si riescono a fare, mentre in Italia tutto diventa una complicazione. Di questo passo ci si condanna all’immobilismo e ad un rapido declino.