14092007Il gestore è coinvolto  nel sommovimento che dal 2007  ha cambiato la filiera petrolifera, con il calo dei consumi e degli erogati  e l’impoverimento degli asset. Il rilancio della figura del gestore passa dalla volontà di affrontare i nodi della filiera in un ottica di rinnovamento e di investimenti. Necessario un nuovo quadro di relazioni industriali con i soggetti privati

In questo lungo stato di crisi della distribuzione, la figura del gestore  appare indebolita e meno combattiva. Cosa può contribuire a darle un ruolo centrale e a rilanciarla?

Direi che la crisi che abbiamo vissuto e che ancora persiste va inquadrata nella più complessiva crisi del paese. Essa ha indebolito non solo i gestori, ma tutto il comparto. Tutti gli italiani hanno sofferto sia in termini economici che occupazionali. La filiera petrolifera non è stata esentata da questo processo. Dal 2007 in poi, con il calo dei consumi e degli erogati, ha registrato una vera trasformazione e frammentazione, con un impoverimento degli asset. Il gestore è stato al centro di questo sommovimento. Tutto ciò è testimoniato dai bilanci in rosso delle grandi compagnie, il licenziamento di tanti dipendenti, il processo di abbandono del mercato italiano da parte delle multinazionali del petrolio. L’avvento di tanti nuovi soggetti non strutturati e privi di una cultura delle relazioni industriali, tipica della logica del mordi e fuggi, operato per linee sostanzialmente esterne alle regole e alle normative del settore, in un quadro complessivo di debolezza delle istituzioni, ha contribuito a indebolire anche la figura del gestore. A fronte della latitanza dello Stato e del Ministero dello Sviluppo economico che non hanno salvaguardato nemmeno gli interessi pubblici. Dobbiamo aggiungere che alla crisi degli erogati si somma quella dell’illegalità.

Il rilancio della nostra figura passa dal ripristino pieno e totale della legalità e della trasparenza sulla rete, dal ritorno al rispetto delle regole, dalla volontà di affrontare i nodi della filiera in un ottica di rinnovamento e di investimenti, dalla ristrutturazione. In questa prospettiva noi siamo parte del futuro e  accanto ai processi di automazione troveranno spazi i servizi al cittadino e all’automobilista, in termini commerciali, di valore aggiunto, di  professionalità.

Al passo indietro delle compagnie dalla rete distributiva corrisponde  la crescita, in ogni Regione d’Italia, di nuovi retisti. Quali strategie di contrattazione si possono adottare dinanzi alla frammentazione dei soggetti con cui confrontarsi ?

Il vero problema che ci troviamo ad affrontare è la frammentazione della rete. Al posto delle compagnie tradizionali sono subentrati tanti soggetti privati che da stime attendibili rappresentano ad oggi oltre il 50% dell’erogato nazionale. E’ uno scenario nuovo per la contrattazione sindacale, a cui è rimessa per legge la negoziazione delle condizioni economiche dei gestori, sia delle compagnie che dei soggetti non integrati  titolari delle autorizzazioni. E’ una sfida nuova per le Associazioni dei gestori, per il settore e anche per il regolatore pubblico. Dobbiamo partire dall’osservazione che il rispetto delle norme ha sempre premiato le filiere ed emarginato gli avventurieri. Oggi si pone dunque la questione dell’allargamento delle relazioni industriali in termini non rinviabili. Per far fronte a ciò dobbiamo condividere accordi con la rappresentanza degli operatori privati, ossia con Assopetroli e Consorzio Grandi Reti, con cui abbiamo già condiviso una nuova tipologia contrattuale, quella di commissione. Questa credo sia l’unica strada percorribile nell’interesse non solo dei gestori ma anche dei retisti strutturati e professionali, per mettere un freno al far west di contrattazioni improbabili, per individuare ulteriori forme contrattuali e nuovi criteri per la redditività delle gestioni, con la massima trasparenza in un rapporto fiduciario reciproco. Fuori da questo scenario c’è spazio solo per un rincorsa al ribasso delle marginalità e della qualità della rete distributiva.

Ha senso pensare alle attività non oil come elemento che può accrescere la redditività del gestore?

Sicuramente sì, a condizione che si attivi un vero processo di ristrutturazione e ammodernamento della rete distributiva e si valorizzi appieno la professionalità degli operatori, senza sacrificarla in nuove ingessature. Attualmente dove sono presenti attività collaterali su impianti ben strutturati, il non oil è fonte di reddito sia per i gestori che per i titolari di autorizzazioni. Certamente l’Italia ha caratteristiche e abitudini commerciali diverse dal resto dell’Europa, ma gli spazi ci sono e sono in crescita nell’ambito di un processo di omogeneizzazione dei modelli e degli stili di vita. Ma bisogna dire con la consapevolezza che certe attività non possono essere caricate da oneri di locazioni con ogni evidenza eccessivi.

Quale ruolo possono avere I gestori per contrastare il dilagante fenomeno dell’illegalità?

I gestori sono penalizzati insieme a tutta la filiera della distribuzione, dalle compagnie petroliere ai retisti da questo fenomeno che negli ultimi anni ha registrato una accelerazione  esponenziale sottraendo risorse oltre  che allo Stato a tutta la filiera, alimentando una concorrenza drogata e sleale. Credo che i gestori, che operano con vincoli operativi ben definiti e contrattualizzati, soffrano più di altri  la concorrenza sleale praticata in danno alla legalità. Per questi motivi abbiamo preteso e ottenuto di far parte di quel tavolo di lavoro propositivo per mettere in atto tutte le azioni di contrasto all’illegalità. Sono convinto che ogni soggetto coinvolto nella filiera possa dare il proprio contributo, e i gestori lo faranno per le proprie conoscenze di presidio degli impianti e del territorio in cui operano.