Per gentile concessione della Staffetta Quotidiana pubblichiamo le riflessioni dell’ing Riccardo Piunti, ex manager Eni, dopo un’assenza di otto anni dall’Italia

eniPer oltre venticinque anni l’ing. Riccardo Piunti ha lavorato nel downstream Eni occupandosi di rete, extra-rete, prezzi, marketing, pianificazione delle operazioni, prima in Agip Petroli poi nella Divisione Refining & Marketing dell’Eni. Seguendo tra l’altro tra il 2004 e il 2006, a fianco del direttore generale Mario Taraborelli, l’evoluzione del metodo di determinazione dei listini dei carburanti dell’azienda di Stato con l’introduzione di una serie di novità che hanno portato alla rarefazione delle variazioni, all’aumento della loro entità media, all’abbandono delle variazioni minime, prima sulle rete e poi in extra-rete, cambiando l’approccio alla politica seguita fino ad allora nei confronti dei gestori e dei rivenditori). Un’esperienza che gli è valsa la nomina nel dicembre 2007 a presidente e amministratore delegato di Agip Suisse (oggi Eni Suisse) e di Oleoduc du Rhone e dal maggio 2013 di Eni Austria. Rientrato in Italia nei mesi scorsi, e lasciata l’Eni per limiti di età, Piunti ha raccolto nella nota che segue una serie di gustose e stimolanti riflessioni sui cambiamenti che ha colto in giro per l’Italia nel mercato petrolifero italiano dopo otto anni di assenza.

Ritorno in Italia

Sono rientrato in Italia dopo otto anni trascorsi in giro per l’Europa Alpina, fra Svizzera e Austria, dove si parla francese e tedesco, dove la benzina si chiama Essence o Benzin, dove al posto dei convenzionati ci sono i DOFO o i DODO…

Essere alla guida di una società estera nel downstream petrolifero è un’esperienza avvincente, anche perché ogni Stato, ogni Regione, ogni Cantone, ogni angolo di questi paesi alpini ha le sue specificità e interessanti particolarità che ho sempre dovuto, necessariamente, cercare di esaminare e capire…ma questa storia la racconterò un’altra volta.

Ora, lasciato il lavoro in ENI, vorrei provare a condividere con i lettori della Staffetta l’impressione che ho tratto dell’Italia petrolifera dopo otto anni di lontananza lavorativa, e, un po’ come un Ulisse del petrolio che torna alla sua Itaca, vorrei scoprire se e come sia cambiata? diversa? immutata? migliore? peggiore? più vicina o meno ai tanto decantati standard Europei…in fondo, in questa Italia avevo lavorato pressoché ininterrottamente per oltre 25 anni e ne avevo visto i cambiamenti, le evoluzioni, i problemi da tutti i punti di vista del downstream, dalla rete all’extrarete, dal pricing al marketing, dalla pianificazione alle operazioni giorno per giorno. Riflessioni in libertà, solo per seguire il filo dei pensieri lungo le prime strade italiane che ho percorso.

Un’occhiata ai numeri

Bene, torno a casa e, ahimè, il primo incontro non è il cane Argo, come per Ulisse, invecchiato ma amichevole, ma è un cane magro e affamato, con un’aria smarrita e al contempo aggressiva che si chiama
-20%
Di che cosa? Di tutti i parametri che definiscono la dinamica del mercato!
• -20% è il consumo di carburanti sulla rete italiana dal 2007 al 2015
• -20-25% è il consumo di gas metano dal 2007 al 2015
• -20% circa è la capacita di raffinazione dal 2007 al 2015
Ci sono poi alcuni record straordinari, come, ad esempio,
• Il bitume, che segnala un incredibile -42% tornando a valori degli anni ’60!
• Il gasolio riscaldamento (-30%), peraltro prevedibile, anche se non così rapido.
Insomma il mondo si è contratto, ha perso 1/5 o più della sua dimensione; una crisi che ha colpito l’Italia petrolifera molto più dell’Austria o Svizzera, con percentuali a due cifre che nessuno aveva mai visto prima.

Un giro in auto

eni2Ho cercato, sulle strade italiane, i punti di riferimento dei marchi noti ma non li ho trovati. Nel periodo di lontananza è sparito ERG (con il suo blu e arancio), è sparito API (con il verde e giallo); sparito TOTAL, con tanto rosso; la sparizione è in corso per il marchio AGIP, Q8 lascia il colore nero, sparito SHELL…
Appaiono, oltre a Total-Erg, Eni, Ip rafforzata, numerosi marchi bianchi che si diffondono sempre di più e che, a volte, non sono neanche marchi, in senso classico, fossero pur (per esempio) “benzina”, ma vere e proprie stazioni senza nome né marchio che mostrano le antiche vestigia di un look di oil company in parte cancellato, a volte, davvero, roba da “day after”.
Se devo fare un’analisi cromatica devo dire che il grande perdente ora è il Rosso, non più presente in Eni, marginale in Total-Erg, sparito con il marchio Shell, insomma il Rosso caldo “amore-motore”, passione, si nasconde dietro colori più tenui o più chiari o magari considerati più moderni e “ambientali”.

Uno sguardo ai prezzi

Tralascio il perenne incremento delle imposte IVA+Accise (che in otto anni sono aumentate in valore assoluto del 25% per le benzine (ancora una volta siffatte percentuali!), e ancor di più per il Diesel (35%), tralascio il consolidarsi della quota dei biocarburanti, che, in momenti di basse quotazioni petrolifere aumenta la sua incidenza sul costo del prodotto e mi limito alle osservazioni del consumatore normale.
Questo consumatore, se torna indietro al 2007, scoprirà che le differenze di prezzo fra stazione e stazione si sono di molto ampliate e non soltanto se si compara un’area geografica con un’altra (il che è noto e dato per scontato anche all’estero) ma anche e sicuramente nel confronto fra stazioni vicine fra loro con marchi uguali o meno.
Nel 2007 il mondo del pricing era all’opposto molto più omogeneo, con differenze limitate fra marchi e zone e, soprattutto, molto contenute nell’ambito della stessa zona.
Insomma la mia esperienza estera è che le differenze fra stazioni concorrenti nella stessa microarea sono contenute, prontamente corrette (ora per ora), difficilmente superano un centesimo (autostrade a parte); l’Italia sembrava, all’epoca, a confronto, caratterizzata da eccessive omogeneità e coerenza (il che, a torto, generava indebiti sospetti …).
Ora, al contrario, il Pricing Italiano è molto più “ardito” e le differenze fra stazioni limitrofe raggiungono svariati centesimi, magari anche fra marchi di livello. Insomma, eravamo gli ultimi in termini di variabilità (quanto razionale?) dei prezzi e siamo i primi oggi… un bel salto… quanto stabilmente?

Le novità sulla Rete

UP descrive nell’ultima relazione annale quello che abbiamo detto prima come nostra impressione: il numero d’impianti, da sempre dichiarato eccessivo e “da razionalizzare” permane elevato e, a fronte di un arretramento delle Oil Companies, prosegue l’avanzata delle pompe private, che comunque riscattano impianti dove la Compagnia ha deciso di ritirarsi, magari non rinnovando il contratto. Il complessivo numero di impianti sembra essere stato di poco toccato in questi 8 anni, passando da 22.500 a 21.000 ma forse la variazione è ancora inferiore.
Ma il nostro Ulisse ben ricorda le infinite discussioni sugli impianti di intralcio a traffico che la relazione di UP evidenzia oggi “il DDL all’esame …prevedendo una analisi degli impianti esistenti, la chiusura di quelli incompatibili per la sicurezza stradale…” nel 2015, ma indicava “nel 2011 nuovi termini per i Comuni per la individuazione chiusura degli impianti incompatibili” già in precedenza e, prima ancora del 2007, confermava…
Insomma quel punto vendita di due erogatori che sta, da sempre, in prossimità del semaforo e intralcia la viabilità di una delle due corsie di traffico di una grossa arteria romana (che non cito)… è ancora là: in questo caso, davvero, a differenza di altri aspetti, siamo rimasti stabili, nelle dichiarazioni d’intenti (stabilmente orientate alla razionalizzazione) e nella realtà (con l’impiantostabilmente sempre là, in funzione).

Meno promozioni più pricing

Promozioni e fidelizzazioni ci sono ancora, ma, forse a causa della crisi o del taglio dei budget pubblicitari, il consumatore rimane più attento al prezzo, magari anche più frettoloso, non disposto ad attendere un anno per ottenere un premio; probabilmente, da ultimo, il prezzo è divenuto la leva di differenziazione più importante.
Alla fine le promozioni sono più rare e in sordina, del resto, come detto, il periodo delle folli spese di marketing è, per ora, finito e in una rete priva, in gran parte, di altre offerte commerciali, promuovere la benzina diventa sempre più difficile (anche perché oramai sembra diffondersi, fra i consumatori alla guida, il pericoloso malcostume di guardare non la strada e, se del caso le pubblicità, ma lo schermo del loro smartphone…).

Regole e gestione commerciale

In questi otto anni, in modo parallelo ma certamente compatto, tutte le grandi Oil Companies sono avanzate nel rafforzamento e consolidamento di grandi sistemi di regole e procedure, certamente con le migliori intenzioni. Tutto ciò, tuttavia, viene spesso percepito, dall’esterno, dalle imprese clienti extrarete o rete, come un generale rallentamento e verticalizzazione del processo decisionale.
Questo fenomeno, che non è certo solo Italiano, ma riguarda tutta l’Europa delle Oil Co, genera spesso insoddisfazione e conflitto con le piccole aziende clienti che sono use a rapidità decisionale che le grandi imprese non possono soddisfare, mentre il “decisore” (lungo i lunghi rami delle Business lines) si allontana viepiù dal contesto e dalle persone su cui la decisione ha effetto.
Su questo tema e sulle sue conseguenze, mi limito solo a una breve considerazione sui possibili effetti sullo spirito manageriale dei funzionari preposti nelle grandi imprese; vorrei, allo scopo, citare la battuta di un collega di una filiale estera di una multinazionale, recentemente ceduta a un paese produttore.
Accadde dunque che, nel nuovo assetto a valle della cessione, per esigenze di avvio ma forse anche per cultura del nuovo azionista, la filiale fece un grande passo indietro sul sistema di regole e procedure in vigore pur mantenendo lo stesso staff manageriale. Quando domandai al collega rimasto nella filiale con il nuovo azionista ”come va per voi col nuovo padrone?” la risposta è stata: “il 50% di noi è contento, perché non ci sono più procedure…” al che ribadii “e il restante 50%?”..”il restante 50% è triste perché non ci sono più procedure”… (al lettore interpretare).

La logistica non si è europeizzata

In realtà anche un altro elemento ha mantenuto la sua stabilità, seppure, a mio parere, in termini negativi: lo scarso o nullo uso del treno come mezzo di trasporto, sempre trascurato e sempre meno diffuso, dopo la chiusura di alcune raffinerie che storicamente vi facevano ricorso (come Cremona e Venezia).
Così, mentre il prodotto del mercato Rotterdam da nord, financo dalle raffinerie del nord est (p.es. Leuna) discende con facilità, via treno, fino ai confini d’Italia, il nostro Paese, pur in epoca di controlli ambientali, emissioni e CO2, continua a trascurare questa opportunità, che sarebbe anche un modo di integrare il nostro sistema logistico e di raffinazione, portandolo a competere con il resto d’Europa. Qui, davvero, per ora, “abbiamo perso il treno”.

Il peso delle isole nella raffinazione

Farò una sola considerazione, per evitare di parlare di cose note: poiché le razionalizzazioni in corso hanno interessato le strutture più deboli per dimensione e quindi in maggioranza quelle peninsulari, ne consegue che la raffinazione Isolana ha guadagnato quota in modo rilevante.
Dei 106 milioni di ton di allora il 54% era nelle isole; nel nuovo assetto, escludendo le bioraffinerie, la quota di raffinazione isolana raggiunge il 62%: insomma l’Italia è ancor più “una grande raffineria lanciata sul mediterraneo”, plagiando una frase d’infausta memoria. Non dobbiamo dimenticare che, peraltro, questa raffinazione isolana è passata in parte, in questi anni, dalle mani dei petrolieri italiani a quelle dei paesi produttori o loro Società , che ne hanno acquisito quote importanti.

Cambi di Sede

Anche le Sedi delle principali Compagnie, per il nostro Ulisse, sono difficili da ritrovare nella loro dimensione originaria e “importanza” e, soprattutto, rimembranza storica.
Cominciamo con i tre grandi palazzi Esso, a forma di V, in cui, in Italia, la ESSO si era identificata sin dagli anni ’70. Seppure, pur a fronte di una compagnia con personale serio e professionale, quella strana forma con il vertice in basso, suggerisse affettuose battute sulla presunta pletora di Direttori che governavano un solo povero impiegato seduto alla base. Bene, ora, se si va sul posto, non si trova più evidenza forte della centralità di Esso in quei tre palazzi, in fase di ammodernamento e di cui Esso ora occupa solo uno degli edifici.
La storica sede IP di Genova, rimasta sede distaccata di Eni, ha via via ridotto presenza e importanza, mentre la sede Erg Petroli di Via Brancati a Roma non esiste più a favore di una sede Totalerg in Viale dell’industria.
La sede API, dallo storico palazzo in Corso d’Italia a Roma, si è anni fa trasferita alla sede di via Salaria, presso il deposito lubrificanti.
Della stessa ENI Refining&Marketing la stampa parla di un prossimo trasloco in altri uffici, lasciando, via via, le storiche palazzine di via Laurentina che ospitarono, nella fine degli anni ’70, la neonata Agippetroli.

Il gregge del malaffare

Ultima novità per il nostro Ulisse girovago sembra che sia il tema del “malaffare”.
Il settore petrolifero ha sempre avuto le sue pecore nere, ma, alla luce dei ricorrenti riferimenti al tema (fra stampa e UP), sembra che ora si tratti più che di pecore isolate di un vero e proprio gregge che pascola fra le stazioni di servizio e i depositi.
Insomma si sta diffondendo una microillegalità, neanche tanto micro, che produce trasferimenti illeciti di prodotto di origine illegale anche alle stazioni, provenendo, magari da false esportazioni oppure dagli oramai quasi quotidiani (sic!) assalti agli oleodotti…

Giunto al termine del tour…

Alla ultima assemblea della Unione Petrolifera, tornato per salutare vecchi amici dopo tanto tempo, ho trovato pochissime facce nuove, e quasi tutti i molti volti storici (con i capelli più radi o imbiancati) noti anche ben prima del 2007 e ancora lì, con la loro saggezza ed esperienza, a rappresentare un mondo che, pur in una fase di cambiamento, sembra trovare difficoltà a imboccare la strada di una positiva evoluzione.
Un mondo dove avanzavano i Paesi produttori, che tuttavia forse ora frenano a seguito della crisi delle quotazioni degli ultimi 18 mesi. Con le piccole imprese private che si organizzano per rafforzarsi e andare avanti da sole, senza sposare nessuno e con i nomi e i marchi delle Big Oil che sembrano voler arretrare.
Insomma non è chiaro che ruolo avranno tutti questi attori nel mondo Downstream, sicuramente in ebollizione, e chi raccoglierà il testimone per il suo futuro.
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